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Oltre i confini del Rock: Progressive, Folk, Fusion e contaminazioni

giovedì 1 luglio 2021

GILLAN - Future Shock (1981)

Il rock brucia ancora (e il paradiso può attendere)
La scossa metallica di "Future Shock" 

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Conclusa l’esperienza della Ian Gillan Band, l’ex voce dei Deep Purple riparte con una nuova formazione ribattezzata semplicemente Gillan. Messe da parte le aperture jazz-rock dei lavori precedenti, la band ora spinge con fermezza verso una dimensione “hard & heavy” più in linea con il periodo, conservando comunque un alto tasso di originalità e ricercatezza. 

Ma nonostante la sua invidiabile caparbietà, o forse proprio a causa di questa riserva di autonomia rispetto all’ondata del nuovo metal inglese, il gruppo fatica lo a far breccia in Europa o negli Stati Uniti, riuscendo a consolidare il suo posizionamento soltanto nelle classifiche britanniche e giapponesi.

Future Shock è il quarto di sei album in studio, e rappresenta il loro momento di maggior successo. La squadra ormai è ben rodata: accanto a Gillan troviamo Colin Towns alle tastiere (saldamente al suo fianco dal 1976), Bernie Tormé alla chitarra, John McCoy al basso e Mick Underwood alla batteria.

Il disco si impone grazie a una serie di episodi veloci e metallici che fendono l'aria come schegge in volo. D'altra parte il gruppo trova sempre il modo per osare di più rispetto all'hard rock classico e per disimpegnarsi al tempo stesso dall'imperante modello della NWOBHM. A dimostrarlo ci pensa soprattutto No laughing in heaven, che viaggia al di fuori dai soliti tracciati. Il brano di punta di Future Shock è uno scapigliato e selvatico divertissement, caratterizzato da un’interpretazione di Gillan ispida e selvatica, che si fa beffe delle beatitudini celesti con un testo e un refrain a dir poco irresistibili.

I percorsi più rapidi e impetuosi vengono consumati quasi tutti nella prima facciata dell'album. Perfino la pressante e supersonica (The ballad of) The Lucitania Express è - a dispetto del titolo - tutto fuorché una ballata.  

Se pensate che il disco prosegua sempre dritto, su binari implacabili e senza deviazioni, aspettate di arrivare a Night ride out of Phoenix, dove sarete sbalzati da un improvviso colpo di coda. La band scalda i motori con un solido riff di chitarra dal sapore tipicamente seventies, accompagnato da un ruvido organo Hammond, che convalida lo stile da vecchia scuola. Ma proprio quando credete di aver intuito il mood del pezzo, Colin Towns spazza via ogni previsione con un affilato assolo di sintetizzatore che dirotta la chiusura del brano verso insospettabili sonorità fusion.

Tra i momenti più docili e mansueti, tutti riuniti sul lato B del vinile, troviamo Don’t want the truth, For your dreamsNew Orleans, rilettura di un vecchio rhythm‘n’blues del 1960 portato al successo dallo statunitense Gary U.S. Bonds.  

Una menzione speciale spetta a If I sing softly una gemma nel vasto repertorio di Gillan, una superba canzone in cui il Nostro ci ricorda non solo di essere un vocalist dotato di straordinaria potenza, ma anche di saper sfoderare, all'occorrenza, un feeling impareggiabile.

Se cercate un disco che non segue le regole del tempo, ma le sfida a duello, siete nel posto giusto. 

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