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giovedì 1 luglio 2021

GILLAN - Future Shock (1981)

Hard rock senza compromessi
Conclusa l’esperienza della Ian Gillan Band, nel 1978 l’ex voce dei Deep Purple riparte con una nuova formazione

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Messe da parte le aperture jazz-rock dei lavori precedenti, la band accorcia il nome in Gillan e si appropria di un suono hard & heavy più in linea con il periodo, senza rinunciare però a quell'autonomia creativa che l'aveva contraddistinta fin dagli inizi. 
Refrattario all'omologazione mainstream, il gruppo è un osso duro per il mercato discografico e all'inizio fatica a imporsi in Europa e negli Stati Uniti, trovando un porto sicuro soltanto nelle classifiche britanniche e giapponesi. 

Il vento cambia con l'uscita del terzo album, Glory Road, anche se è con il successivo Future Shock che il quintetto raccoglie i consensi maggiori. L'equipaggio ormai è ben rodato: accanto al capitano del futuristico vascello troviamo Colin Towns alle tastiere, Bernie Tormé alla chitarra, John McCoy al basso e Mick Underwood alla batteria. 

Il suono supera i confini dell'hard rock classico, ma allo stesso tempo si disimpegna dal canone imperante della New Wave of British Heavy Metal. A dimostrare l'impostazione presa ci pensa No laughing in heaven, inno allo spirito libertario, in cui Gillan sfodera un'interpretazione istrionica e selvaggia: irresistibilmente fuori dagli schemi

I percorsi più impetuosi sembrano quasi tutti destinati alla prima facciata. Quando la puntina del giradischi raggiungerà la pressante e supersonica (The ballad of) The Lucitania Express, sarà bene reggersi forte perché - a dispetto del titolo - questa traccia è tutto fuorché una ballata: al passaggio del convoglio voleranno letteralmente scintille. Non che gli altri episodi siano molto più accomodanti: Future Shock è un assalto sonoro fatto di brani veloci e acuminati che trafiggono l’aria come schegge metalliche.

Ma se pensate che il disco corra sempre dritto, su binari implacabili e senza deviazioni, dovrete guardarvi le spalle anche da Night ride out of Phoenix. Il suo colpo di coda vi attende dopo essere stati abbagliati da un micidiale riff di chitarra e da un ruvido organo Hammond che sembrano provenire direttamente dagli anni '70. Ma sul finale Colin Towns spazza via tutto e infila un affilato assolo di sintetizzatore che dirotta il brano verso insospettabili sonorità jazz/fusion. 

Sul lato B ci sono invece i momenti più docili e mansueti del disco. Tra questi spiccano sicuramente Don’t Want the Truth e For Your Dreams, ma la gemma più preziosa è If I sing softly, dove Gillan ci offre una prova superba per ricordarci di non essere solo un vocalist di potenza straordinaria, ma di saper anche sfoderare un feeling e una sensibilità ineguagliabili.

Se siete quindi alla ricerca un disco che non si limita a seguire le regole del tempo, ma le sfida con classe e irruenza, siete arrivati al giusto porto di attracco: salite a bordo di Future Shock e godetevi il viaggio.

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