Dietro il pop c'è la ragione
Un disco oltre degli stereotipi e delle etichette di genere
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Tappa fondamentale per seguire l'evoluzione stilistica della band inglese, Duke è un disco molto più ragionato e complesso di quanto si voglia ricordare.
Con questo lavoro i Genesis tracciano una linea di confine tra la stagione del progressive appena trascorsa e l'irresistibile richiamo del pop, raffinato e scintillante, destinato a dominare il decennio in corso.
Duke è un ponte tra due mondi. Da un lato possiamo scorgere ancora i "vecchi" Genesis che ci incantano con narrazioni fantastiche e suites cariche di metafore e simbolismi. Dall'altro incontriamo una band in pieno aggiornamento, che introduce la drum machine ed esplora nuove sonorità, desiderosa di intercettare un pubblico sempre più ampio.
Questo dualismo emerge soprattutto nella sequenza dedicata al protagonista dell'album, il duca Albert, personaggio ispirato al libro illustrato del 1979 di Lionel Koechlin, L'Alphabet d'Albert.
Ma come si è passati da un libro per l'infanzia a un disco capace di manovrare, con la stessa innocenza, lo scambio di binari tra prog e pop? La chiave è proprio nel candore di Albert: una figura schietta che si affaccia sul mondo e impara a codificarlo. Allo stesso modo i Genesis introducono un nuovo alfabeto musicale, fornendo all'ascoltatore le istruzioni per decifrarlo. Senza dismettere i panni dei vecchi cantastorie, la band adotta così una grammatica moderna per raccontare emozioni universali, traghettando il mito nel quotidiano.
Tuttavia il vizio del progressive reclama ancora la sua parte. L'album, infatti, si apre e si chiude circolarmente con una fanfara epica e trionfante, spezzata in due sezioni strumentali indipendenti. L'introduzione viene affidata al clamore scintillante di Behind the lines, mentre il gran finale giunge al termine del disco con l'accoppiata Duke's travels / Duke's end.
Tra gli antipodi di questo viaggio troviamo lo scrigno che custodisce i gioielli del nuovo pop "genesiano": l'immediatezza di Misunderstanding, l'emozionante Heather (impreziosita da una strepitosa prova vocale di Phil Collins) e soprattutto Turn it on again, l'asso pigliatutto che regalerà al trio inesauribili fortune per gli anni a venire.
Eppure, nelle intenzioni iniziali, il progetto nascondeva intenzioni ancora più ambiziose. Collins, Banks e Rutherford avevano accarezzato l'idea di realizzare un'unica suite monumentale, articolata in sei sezioni, che avrebbe dovuto unire: Behind the lines, Duchess, Guide vocal, Turn it on again, Duke's travels e Duke's end.
Combattuti tra il desiderio di assegnare un degno erede a Supper's ready e il timore di apparire fuori tempo massimo, i tre optarono infine per misure più agili e compatte. Vinse l'essenzialità e la sequenza venne quindi smantellata, isolando i punti di forza e puntando sul potenziale dei singoli brani.
Proprio come il duca Albert con il suo alfabeto, la band aveva trovato la sintassi giusta per un mondo che stava cambiando. Ma Duke non è solo il risultato di un nobile compromesso. È l'immagine di una band proiettata in avanti, che ha tutte le intenzioni di giocare il secondo tempo appena iniziato.

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