
Sotto la buccia, il fuoco
Meno epici e più istintivi, i Deep Purple scartano via i pregiudizi e cavalcano l'onda del tempo con un pizzico di groove e di ironia
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Bananas segna
l'inizio di una nuova stagione che coincide con la nascita
della formazione più stabile e longeva della band inglese: la cosiddetta "mark VII", quella di Don Airey, Ian Gillan, Roger Glover, Steve Morse e Ian Paice.
Nel corso del 2002 lo
storico tastierista Jon Lord era uscito dal gruppo per dedicarsi a tempo pieno alla composizione di musica classica e per seguire, occasionalmente, qualche divagazione blues con gli Hoochie Coochie Men.
Gli ex compagni ingaggiano al suo posto Don Airey, tastierista dal
curriculum stellare, già al fianco di molti nomi della scena rock (come membro
effettivo o come session man di lusso)
tra cui Rainbow, Black Sabbath, Gary Moore e Whitesnake solo per citarne alcuni. Ma è con i Deep Purple che Airey
trova la sua dimensione migliore e un meritatissimo ruolo da
titolare. E il suo contributo qui si fa subito sentire, con maggiore apporto di sintetizzatori e texture più moderne.
Il
primo singolo estratto da Bananas è piuttosto atipico e sorprendente rispetto all'immagine del gruppo: si tratta di una power
ballad, Haunted, ammaliante e "ruffiana" quanto
basta perché ci si innamori di lei perdutamente. Una scelta insolita che evidenzia la volontà di presentarsi con un lavoro vario e non
facilmente prevedibile.
Ad aprire il disco ci pensa invece House of pain: un rock dinamico e solare - questa volta sì, di inconfondibile marca 'Deep Purple' - che ci proietta immediatamente nel vivo dell’album.
La
traccia successiva non fa che rafforzare le prime ottime
impressioni: Sun goes down sopraggiunge potente e
tenebrosa, sospinta dalle note dell'organo che delinea un'atmosfera densa a
caliginosa. Rischia già di essere uno dei pezzi migliori dell’album, anche se scegliere è difficile: più si procede nell’ascolto, più ci si convince
che Bananas è uno dei dischi buoni, frutto di
un’esperienza più che trentennale per nulla intaccata dal tempo.
Gli
arrangiamenti, come esige l'etica di casa, privilegiano l’interplay tra le chitarra e le tastiere rappresentate dal nuovo duo Morse/Airey. Brani come Picture of
innocence, I’ve got your number e Silver
tongue conservano ancora il graffio di un tempo, ma risultano comunque
freschi, vitali e aggiornati.
Non
a caso nei credits delle prime due compare ancora la firma di Jon Lord,
visto che erano state composte quando il tastierista era ancora in
formazione. I’ve got your number era persino stata
eseguita dal vivo con il titolo provvisorio di Up the wall (in
questa versione la si può ascoltare unicamente nel Live in London
2002).
Ma
al di là dei percorsi più consueti, ci sono delle piacevoli novità: Walk
on, ad esempio, presenta un'andatura sinuosa e
ondeggiante, dal sapore blues, che ammorbidisce il sound generale dell'album.
La prova più originale resta però Never a word, che all'inizio tenta di ingannarci con un'ampia introduzione strumentale che si porta via buona parte del brano, poi ci lascia sospesi a mezz'aria con una aura delicata da folk song elettroacustica, così rara nei Deep Purple.
Per
il resto non ci sono passi fuori contesto. La sezione ritmica di Ian Paice e Roger Glover garantisce come sempre uno spiccato senso per il groove, mentre Ian Gillan ci regala una prestazione potente e a fuoco; la sua voce forse non
raggiunge le altezze di un tempo, ma ha guadagnato delle sfumature
che offrono nuova espressività e calore alle canzoni.
La chiusura dell'album è affidata alla delicatezza di Contact lost, un congedo strumentale di soli 87 secondi composto da Steve Morse, il nostro guitar hero che ormai da quasi un decennio ha riportato armonia e stabilità all' interno del gruppo. Con una sensibilità rara, Morse mette a nudo l'anima della sua chitarra per commemorare gli astronauti coinvolti nel tragico incidente dello Space Shuttle Columbia di quello stesso anno.
Durante
le lavorazioni dell’album viene preparato anche un altro brano
strumentale: Well-dressed guitar, briosa e scintillante, che
però rimane incomprensibilmente fuori dalla scaletta finale. Per
nostra fortuna sarà recuperata nella “Tour Edition” del
successivo Rapture of the Deep come bonus track.
Non
c'è traccia, invece, di Long time gone, canzone composta tre
anni prima ed eseguita solo poche volte dal vivo (sicuramente era nella scaletta
dell'esibizione al Montreux Jazz Festival del 2000). Per
ascoltarla non ci rimane, per il momento, che recuperare qualche registrazione
bootleg in rete.
Ma
anche così abbiamo tutti gli elementi per affermare che Bananas è
un disco imperdibile per ogni seguace dei Deep Purple che
si rispetti. Dentro c’è tanta memoria dei gloriosi anni ‘70, ma c'è anche molta
genuinità e freschezza.
I Deep Purple dimostrano di saper ancora scrivere, e bene,
senza tradire le aspettative del pubblico, e senza neppure lanciarsi in
eccessivi sperimentalismi per tentare di svecchiarsi di fronte alle nuove
generazioni. Anche perché in realtà non ne avrebbero alcun bisogno.
--> Vai all'intervista di JON LORD
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