martedì 9 giugno 2026

J.E.T. - Fede, Speranza, Carità (1972)

L'opera prima (e unica) che dipinse il prog italiano di spiritualità
Prima dei Matia Bazar, la folgorante genesi dei J.E.T.

🔸Genova non è solo la città della canzone d’autore poetica ed esistenziale. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, oltre alla cosiddetta "scuola genovese", tra i palazzi eleganti di Via XX Settembre e i vicoli stretti e ombrosi che scendono verso il porto, si è sviluppato un fermento artistico molto vivace e variegato. 
Se consideriamo solo l'ambito del rock progressivo, vengono in mente i nomi di band come New Trolls, Delirium, Garybaldi, Latte e Miele, Ibis, Nuova Idea e Picchio dal Pozzo, oltre ai “ponentini” Celeste e Museo Rosenbach.

Esiste poi un gruppo che rappresenta una sorta di unicum nella storia del prog ligure: i J.E.T. Con un solo album all'attivo e alcuni singoli più vicini ai canoni pop, la band mostra un'irrequietezza creativa non comune. Il quartetto nasce dalle ceneri dei Jets (questa sì, una formazione propriamente beat) ed è composto da:

  • Piero Cassano (tastiere e cori): responsabile delle trame sinfoniche e dei sontuosi tappeti d'organo;
  • Carlo Marrale (chitarra e voce solista): rappresenta l'ascendente rock del gruppo, inoltre il suo falsetto dà un tocco distintivo al sound;
  • Aldo Stellita (basso): è l'autore dei testi, d'ispirazione profonda e spirituale;
  • Renzo Cochis (batteria): garantisce dinamicità e freschezza e offre un consistente contributo poliritmico (sarà sostituito successivamente da Paolo Siani, proveniente dai Nuova Idea). 

Alle registrazioni del disco partecipa in veste di corista, anche se non accreditata, una ragazza di nome Antonella Ruggiero. Tenete a mente la maggior parte di questi nomi: al momento giusto ogni tessera del mosaico andrà al suo posto.
Uscito nel 1972 per la Durium, il disco mette insieme le peculiarità dei singoli componenti, creando un mix particolare che unisce la solennità delle tastiere, l’impronta hard rock della sei corde e la complessità delle loro armonie vocali: qualità non dissimili da quelle dei concittadini New Trolls. 

I testi affrontano le tre virtù teologali presentate come interrogativi esistenziali con cui indagare la condizione dell'uomo. Passando dall’allegoria religiosa all'attualità storica, il concept dell'album prende forma intorno al dialogo tra un prete e un peccatore, toccando temi sociali come la disuguaglianza e la povertà. Una dinamica che ritroveremo in parte nel disco di debutto del Biglietto per l’Inferno del 1974.

La scaletta è composta da cinque brani. Sulla prima facciata troviamo due suite: l’omonima Fede, Speranza, Carità, di matrice sinfonica, e Il Prete e il Peccatore, dall’orientamento più cupo e drammatico, caratterizzata da un attacco di chitarra decisamente abrasivo e da una sezione più incline al jazz e impreziosita da eleganti ritmi dispari.
Il secondo lato si apre invece con C’è chi non ha, punto cruciale in cui la critica sociale incontra la ricercatezza sonora, soprattutto nel reparto tastiere (in questa stagione Cassano spazia dall'organo alle pianoforte, dal Fender Rhodes al Clavinet).

A seguire incontriamo Sinfonia per un Re, dove ritornano le forme classicheggianti, e Sfogo, un pezzo prevalentemente strumentale che chiude il disco con un gioco di vocalizzi ricamati sopra una trama musicale che stratifica elementi blues, jazz e rock. Un'uscita di classe che dà il via libera ai musicisti per alcuni minuti di libertà e passione.
Nonostante il valore artistico, l'album non ottiene il successo sperato, avviando il progetto dei J.E.T. verso un cauto epilogo. Non prima, però, di aver partecipato al Festival di Sanremo del 1973 con l’inedito Anikana-o, una sorprendente deviazione verso il rhythm 'n' blues dal taglio ballabile e internazionale (che infatti in quella sede non verrà capita). 

Approfittando di questa fase di transizione, i componenti decidono di cambiare definitivamente registro, proseguendo sulla linea di un pop colto e raffinato, costellato da suggestioni che, almeno nei primi anni, includeranno anche sapori sudamericani, art pop e fugaci reminiscenze progressive. È la nascita dei Matia Bazar. Nel 1975 Cassano, Marrale e Stellita propongono alla Ruggiero il ruolo di cantante principale e insieme al batterista Giancarlo Golzi (ex Museo Rosenbach) iniziano la nuova avventura che li consacrerà come uno dei gruppi più originali e sofisticati del panorama italiano.

Fede, Speranza, Carità - come altri dischi prog che all'epoca transitarono veloci come stelle comete - ha goduto di una tardiva riscoperta grazie a ristampe prestigiose e ben curate, ovviando così alla difficile reperibilità della prima edizione. Caratterizzata da un artwork originale e creativo, oggi ricercatissimo, la stampa del 1972 presentava infatti una copertina apribile e intagliata che rivelava l’immagine del calice sottostante. Un vero "Sacro Graal", oggi più facilmente raggiungibile, che ci riavvicina a un'epoca in cui la musica non seguiva solo le regole, ma anche - come in questo caso - splendide eccezioni.

Dietro le quinte: Le curiosità di Piero Cassano

C'è un'appendice speciale a questo articolo. Il testo è stato letto in anteprima da Piero Cassano, che ringrazio infinitamente per la disponibilità, e grazie a lui sono emersi un paio di dettagli che ampliano il contesto.

Si parlava all'inizio dei Jets e di come il fermento genovese fosse vario e stimolante. Proprio in quella formazione erano transitati anche Franco Gatti e Angelo Sotgiu, vale a dire la quota maschile dei futuri Ricchi e Poveri, e il batterista Gianni Belleno, che entrerà nei New Trolls. E' la dimostrazione che i semi della musica genovese portavano sempre a fioriture ricche, anche se molto diverse fra loro.

Alcuni di questi semi riuscirono perfino a oltrepassare i confini nazionali. Ricordate il brano Anikana-o? Qui da noi fu un totale buco nell'acqua, ma attirò l'attenzione del musicista e produttore francese Marc Cerrone, che all'epoca faceva parte dei Kongas, una formazione che abbracciava latin rock, r'n'b e ritmi africani. Nel 1974 i Kongas ne fecero una cover per il loro disco di debutto. Poi nel 1978 uscì una versione remixata - di oltre 10 minuti - pensata appositamente per il mercato americano, dove diventò uno dei maggiori successi di disco music dell'epoca.
Un gran bel viaggio. Da Genova, passando tramite gli studi Durium di Milano, fino allo "Studio54" di New York. Ma si sa: è tradizione di certi genovesi riuscire a sbarcare in America.

CRISTIANO DE ANDRÉ - Scaramante (2001)

Venti di buona speranza 
La maturità di un disco che abbraccia memoria e rinascita

🔸E' un piacere ritrovare Cristiano De André a sei anni di distanza dal suo precedente lavoro, Sul Confine. Dopo quel disco, lo avevamo ritrovato in qualità di polistrumentista al fianco del grande Fabrizio. Poi, in breve tempo, il dolore di figlio e una nuova gioia di padre. Tante emozioni, tanti contrasti accumulati e riversati in questo disco. 

Scaramante nasce così da un'urgenza comunicativa che lo ha spinto nuovamente in questa avventura. Dieci brani con un valore terapeutico che ci riportano un autore di comprovata maturità, ma con uno sguardo più profondo e personale. Dieci ritratti realizzati con una pregevole varietà musicale che propone un mix di suoni acustici, programmazioni elettroniche e contaminazioni etniche. 

In questo nuovo racconto scaramantico confluiscono incontri e addii, smarrimenti e ritrovate stabilità. Fragile scusa, in questo senso, sembra uno dei pezzi che De André sente di più addosso. Dalle altre stanze private di Sapevo il credo e di Un'antica canzone si passa a Lady Barcollando, lucida critica contro l'omologazione, l'appiattimento del pensiero  e i condizionamenti esercitati da un potere che opera da un piano alto e poco visibile.

La diligenza, cantata a filo di microfono, ruvida e cinematografica, è la storia di Sammy, un condannato a morte che diventa il protagonista di una palpitante fuga verso il Messico. Sammy mette in salvo la propria innocenza e De André prende a bersaglio il tema della pena di morte. La canzone affonda il suo fioretto con le incursioni rap dell'americano Michael Corkran. Puntuale ed efficace anche la sezione ritmica, affidata all'esperienza di Elio Rivagli e Pier Michelatti, due storiche conoscenze della canzone genovese.

In Sempre ana' si riconosce invece lo spirito "ligure" e musicale di Mauro Pagani, che ha firmato la parte su cui Cristiano canta in dialetto. Creuza de Mä è appena dietro l'angolo, mentre Le quaranta carte ci riporta la bella voce di Luvi De André, che non sentivamo dai tempi paterni di Anime Salve e successive tournée. In effetti in questo disco ci sono corrispondenze timbriche e ricordi che possono suggerire qualche confronto con le ultime produzioni di Fabrizio.

Ma non cercate mai di assegnare eredità di famiglia. Ascoltate con naturalezza le somiglianze e amate le rispettive qualità. Cristiano De André, autore ispirato e musicista di raro valore, suona con la bravura che da sempre lo distingue e per Scaramante si circonda di bravissimi collaboratori quali Daniele Fossati, Danny Greggio, Rudy Marra e il vecchio compagno di canzoni Oliviero Malaspina (scomparso nel 2025).

L'album si chiude con Il silenzio e la luce, una poesia incantevole che Stefano Melone accompagna con le note del suo pianoforte. E il disco finisce quasi senza rendercene conto, con un soffio di voce raccolta intorno all'anima, con le parole di Cristiano che ribadiscono i contrastanti equilibri della vita: "la morte esiste, ma è solo un piccolo destino, perché poi c'è l'amore, l'amore a volte lontano, a volte troppo vicino".

lunedì 8 giugno 2026

BUDGIE - Never Turn Your Back on a Friend (1973)

Il pappagallo dalle piume di metallo
Un’avvincente Terra di Mezzo sospesa tra hard rock epico e lungimiranti previsioni metal

🔸Nella storia del rock esiste una categoria speciale di band: quelle che non hanno mai raggiunto il successo di massa, ma senza le quali la mappa della musica sarebbe probabilmente diversa. I Budgie sono uno di quei nomi rimasti fuori dalla ribalta internazionale, eppure la loro discografia dimostra come l'influenza non si misura in dischi d'oro o in aneddoti biografici, ma nell'eredità genetica lasciata alle generazioni successive.

Nel 1973 il trio gallese, capitanato dal bassista e cantante Burke Shelley, aveva dato alle stampe il suo terzo e forse più riuscito album, Never Turn Your Back on a Friend, un piccolo capolavoro sotterraneo che ha contribuito a spostare i confini dell'hard rock, preparando il terreno per quello che sarebbe diventato l'heavy metal degli anni '80 (e no, non è un'esagerazione).

Registrato ai Rockfield Studios, l'album è sostenuto da riff poderosi, un basso corposo e ardimentosi cambi di atmosfera. La chitarra di Tony Bourge si espande con un suono denso che fa da contraltare al canto acuto di Shelley, mentre la batteria di Ray Phillips ingabbia e addomestica il tempo, incurante della complessità delle strutture poco convenzionali su cui si il gruppo si muove.

Ma a rendere epocale questo disco sono soprattutto le canzoni. A iniziare da Breadfan, il cui celebre riff di chitarra conquisterà i Metallica che ne faranno una loro versione per il lato B di Harvester of Sorrow, primo estratto dall'album ...And Justice For All del 1988. Ai Budgie, però, piace strabiliare, ed ecco che l'impatto impetuoso del brano viene placato da un suggestivo intermezzo acustico che asseconda la loro indole giocosa e fluttuante, per poi spalancare di nuovo le ali e riprendere il volo.

La seconda canzone è la rivisitazione di un vecchio blues degli anni Trenta, Baby Please Don’t Go, che non rallenta affatto il ritmo e ci porta velocemente a You Know I’ll Always Love You, una ballata romantica che ci dà il tempo di riprendere fiato.
Dopodiché lo scenario cambia ancora. Un lungo assolo di batteria introduce You're The Biggest Thing Since Powdered Milk, canzone dall’impronta hard & heavy che mescola equamente blues e psichedelia. Ci lasciamo alle spalle questo episodio 
per imbatterci in un ulteriore turbine di hard rock con In The Grip Of A Tyrefitter’s Hand. A questo punto lo avrete capito: i titoli eccentrici e bizzarri sono un'altra prerogativa dei Budgie che di tanto in tanto amano sperimentare anche a livello semantico

Adesso al gruppo non resta che tirare le briglie e offrirci un'altra pausa tattica: è il momento di Riding My Nightmare, che con il suo intimismo acustico ci prepara al picco sonoro dell’album. Parents è il gran finale che attendevamo, una poetica cavalcata di dieci minuti, epica e malinconica, in cui Tony Bourge si impone con uno dei suoi assoli più estrosi ed emozionanti. Con la seconda chitarra imita addirittura il grido degli uccelli che accompagnano il disco verso una magica conclusione in dissolvenza.

Never Turn Your Back on a Friend si dimostra un album davvero vitale, carico di quella attitudine "heavy" che prenderà forza negli anni a venire e che coinvolgerà band come Judas Priest e Saxon. 
A coronare l'opera c'è la copertina realizzata dal maestro dell'illustrazione Roger Dean, noto soprattutto per la sua storica collaborazione con gli Yes. L'immagine del pappagallo guerriero, circondato da un tenue paesaggio fantasy, riflette alla perfezione il suono multiforme della band. Potente ma libero come un battito d'ali.

mercoledì 13 maggio 2026

DEEP PURPLE - Arrogant Boy

I Deep Purple pubblicano Arrogant Boy, il primo singolo che anticipa il nuovo album in uscita il prossimo 3 luglio


🔸La traccia, pubblicata con un video ufficiale, è raffinata ma potente: una solidissima struttura hard rock con punte di progressive epico e moderno ad alto tenore elettrico. Se questa è solo l'anteprima, SPLAT! si preannuncia come uno dei loro lavori più vitali e agguerriti degli ultimi anni. In piena onda creativa, la band si è riallineata con una produzione che spinge a un confronto - impavido ma non illegittimo - con la stagione della storica Mark II.

Lo stesso Ian Gillan aveva già dichiarato senza tanti giri di parole: 

"Il punto dove ci troviamo oggi con questa formazione dei Deep Purple sembra davvero una versione “attuale” dei Deep Purple degli anni '70".

Quelle che potevano sembrare roboanti dichiarazioni per accendere la curiosità, dopo l'ascolto di Arrogant Boy si rivelano qualcosa di incredibilmente vicino alla realtà. 

“Devo dire che ora siamo davvero tornati all'origine con del materiale compatibile con Highway Star, Smoke On The Water o Lazy - la dinamica, l'equilibrio e il divertimento della musica che abbiamo creato tra il  '69 e il '73." Gillan conclude così: "I Deep Purple sono in gran forma in questo momento".

Nel comunicato stampa per la presentazione del singolo ha poi aggiunto un dettaglio sul testo:

Arrogant Boy è la storia di Billy (...). È insoddisfatto di come vanno le cose, quindi alza la voce e trova un modo per irritare, in un modo o nell’altro, l’élite. E non riesco a pensare a niente di più divertente che irritare l’élite. Secondo me sarebbe un esercizio gioioso ogni mattina dopo il caffè.”

Guarda il video ufficiale di Arrogant Boy: 

Splat! ruota intorno al tema della fine dell'esistenza umana. Ma se Whoosh! (uscito nel 2020), affrontava la questione con toni cupi e apocalittici, il nuovo disco pare sostenere un'ipotesi meno drammatica, concentrandosi sulla transitorietà verso uno stato spirituale. Anche il titolo sembra suggerire una certa leggerezza e ironia. Siamo quindi decisamente curiosi di vedere come la band affronterà quello che si preannuncia come un vero concept album.

Ancora una volta, dai tempi di Now What?! del 2013, i Deep Purple sono tornati a collaborare con il produttore Bob Ezrin. Il disco sarà disponibile nei seguenti formati:

- CD Digisleeve
- 2 LP Gatefold nero (180 gr) + libretto di 12 pagine in formato vinile
- 2 LP Gatefold viola (180 gr) + libretto di 12 pagine in formato vinile
- 2 LP Gatefold giallo (180 gr) + libretto di 12 pagine in formato vinile
- 2 LP Picture Disc + libretto di 12 pagine in formato vinile (edizione limitata, solo tramite store ufficiale)
- Audiocassetta
- Digitale

Ci sarà inoltre il Box Set contenente:
    * 2 LP Gatefold nero (180 gr) + libretto di 12 pagine in formato vinile
    * CD Digisleeve 
    * 3 dischi in vinile da 10 pollici con registrazione live del tour 2024
    * Singolo in vinile da 7 pollici con l'esclusiva bonus track Guinnesis (non presente nelle altre edizioni)

I brani contenuti nelle versioni CD/2 LP:
01. Arrogant Boy
02. Diablo
03. The Rider
04. The Lunatic
05. The Only Horse In Town
06. Sacred Land
07. The Beating Of Wings
08. Guilt Trippin’
09. Scriblin’ Gib’rish
10. Jessica’s Bra
11. Third Call
12. My New Movie
13. Splat!


mercoledì 6 maggio 2026

APOSTOLIS ANTHIMOS - Parallel Worlds (2018)

I mondi paralleli di "Lakis"
Suoni di un jazz nomade e cosmopolita

🔸Apostolis Anthimos - "Lakis" per gli amici - è da sempre uno dei motori creativi degli SBB, una delle band jazz/progressive rock più influenti della scena polacca. Questa volta il chitarrista si è ritagliato uno spazio personale, realizzando un album di jazz-fusion molto sofisticato ed elegante.

In Parallel Worlds - uno dei suoi progetti solisti più recenti - l'eclettismo è una dote che attraversa tutte le sue quattordici tracce: si passa dalle atmosfere libere e improvvisative di Pinocchio’s Dream, al taglio funky di Bar Wah Wah, fino ai tratti sperimentali di 2/5/1 (un chiaro riferimento alla successione di accordi adoperata non solo nel jazz), o all'influenza rock-blues che allarga lo spettro sonoro di Goris.

Chi lo conosce, sa che "Lakis", oltre che un maestro della sei corde, è anche un valente batterista. In questo disco dà prova del suo duplice talento dividendosi tra corde e pelli: un ulteriore parallelismo che lo vede ora architetto della melodia, ora motore del ritmo. Per questa avventura ha messo in piedi una formazione compatta ma di forte personalità: oltre al sostegno di Robert Szewczuga al basso, il disco si avvale dei contributi significativi di Piotr Matusik (pianoforte e tastiere) e Olaf Węgier (sax tenore), che si ritagliano spesso ampi spazi contendendo ad Anthimos il ruolo del protagonista.

Come suggerisce il titolo, l'album accosta percorsi paralleli che convivono in perfetta armonia. Tutto riporta a un nomadismo sonoro che combina momenti di ricerca e improvvisazione, a episodi melodici e immediati, dove il groove e la struttura armonica hanno un taglio più agile e familiare. 
Rispetto alla produzione con gli SBB, dove la componente elettronica gioca un ruolo centrale, il respiro acustico di Parallel Worlds è decisamente preponderante: una scelta che incoraggia il contributo creativo dei compagni di viaggio.

Questo album offre al musicista di origini greche un'angolatura decisamente più internazionale e cosmopolita di quanto siamo abituati a percepire con la sua band principale. Se chiudete gli occhi potreste ritrovarvi all'interno di un jazz club di Manhattan, Londra o Varsavia. Ma non importa la destinazione: è la sensazione che è sempre la stessa. Nel titolo di Parallel Worlds c'è una promessa mantenuta, a dimostrazione che il jazz parla un'unica lingua, sofisticata o universale che sia, capace di legare strade diverse in un solo, meraviglioso viaggio.


domenica 5 aprile 2026

OMEGA - Élő (1972)

La vera storia di un falso live
La svolta hard-prog degli Omega: uno dei capitoli più affascinanti e controversi del rock ungherese  

🔸Il titolo significa letteralmente "Dal vivo", ma l'album in realtà è un falso liveregistrato in studio con l'aggiunta di applausi e voci del pubblico in post-produzione. La band era ricorsa a questo stratagemma non per vanità, ma per sfuggire ai lacci della censura che gravava su di loro, pronta a setacciare e a scartare gli eventuali contenuti sgraditi alle linee governative.

Come se non bastasse, il gruppo stava attraversando un momento complicato dopo l'abbandono di due membri chiave, Gábor Presser e József Laux, che avevano deciso di fondare per conto proprio i Locomotiv GT. Dal momento che anche la casa discografica, la Pepita, si mostrava piuttosto cauta rispetto all'uscita di un nuovo album, il gruppo presentò il disco come una spontanea e innocua registrazione live, in modo da aggirare qualunque perplessità o resistenza.

Nonostante l'elegante tentativo di depistaggio, la censura riuscì comunque a colpire il brano di punta che avrebbe dovuto dare il titolo all'opera: 200 évvel az utolsó háború után ("200 anni dopo l'ultima guerra"). Considerata troppo cupa e potenzialmente critica dalle alte sfere amministrative, la canzone rimase inedita per decenni, vedendo la luce solo nel 1998 con la pubblicazione della versione integrale dell'album. 

Élő rappresenta ad ogni modo una tappa importante nella storia degli Omega, perché segna il loro passaggio definitivo dal rock-beat psichedelico di fine anni '60 a un hard rock progressivo ruvido ed energico. Brani come Hűtlen barátokOmegauto Blues tradiscono l'influenza britannica di band come Deep Purple e Uriah Heep, ma allo stesso tempo mantengono quella venatura malinconica che spesso contraddistingue il sound del gruppo. Una sfumatura che oggi sembra riflettere l'inquietudine di quell'epoca, tra ingerenze filo-sovietiche e aspirazioni occidentali.

L'edizione originale del 1972 è considerata oggi un "sacro Graal" per i collezionisti, per via della copertina realizzata in cartoncino alluminizzato con effetto riflettente. All'epoca erano spesso usati materiali di scarsa qualità per le copertine, la scelta degli Omega era perciò un atto di pura sfida estetica.
Ne e
sistono due varianti, con scritte in blu o rosso, ma il fatto che fosse stampata su un supporto metallico, duttile e sottile, la rendeva comunque soggetta a pieghe e deformazioni. Queste imperfezioni, col tempo, hanno reso unico e irripetibile ogni esemplare, accrescendo la fama dell'album. Il prezioso rivestimento sarebbe stato poi sostituito 
nelle stampe successive da un più pratico cartoncino color grigio. 

Qualunque versione abbiate oggi in mano, far girare questo disco significa graffiare la superficie di una storia fatta di silenzi imposti e di libertà orgogliosamente vissuta a pieni watt. Perché a volte, per far sentire la propria voce, non serve un vero palco, ma solo il coraggio di impostare il volume nel modo giusto.

sabato 21 marzo 2026

EUROPE - Walk The Earth (2017)

L'analogico si fa contemporaneo

Tra le navate sonore di Abbey Road, la band svedese forgia un’opera che profuma di vinile, ombra, mistero e valvole sature  

🔸È un suono analogico e maestoso quello che ci accoglie fin dalle prime note, avvolgendoci in una nebbia di vapori notturni e bagliori d'alba scandinava.
Dopo la reunion del 2004 gli Europe hanno compiuto un’impresa rara: restare rilevanti, senza rinnegare il passato, riportando il loro hard rock all’essenza delle origini.

I riferimenti sono nobili e facilmente rintracciabili: si sentono soprattutto echi di Deep Purple (specie quelli di Perfect Strangers), ma ci sono tracce anche di Uriah Heep, Dio Rainbow. Ma è una questione di imprinting e non di imitazione. Gli Europe hanno imparato la lezione dai grandi maestri, filtrando le idee con una scrittura e una produzione al passo coi tempi. Ed è proprio questa la chiave di volta che sorregge tutto il disco.
Walk the Earth è il traguardo di una maturità consapevole che affonda le radici negli anni ’70, con un rispetto filologico che si ricollega all’hard rock d’alta scuola. Tuttavia il disco "respira" e fa sentire il proprio battito, con melodie che si infilano sottopelle e riff monumentali, dove il suono dell’Hammond e della chitarra sono la linfa densa e oscura che fluisce e sostiene ogni traccia.

La title-track Walk the Earth è senza dubbio il manifesto sonoro dell’album, perfetta per chi ama il rock epico e i chorus coinvolgenti. Ma è solo l’inizio, perché subito dopo arriva l'onda d'urto di The siege, inflessibile e decisa, seguita da Kingdom United, terzo asso di fila che sprigiona elettricità a profusione.
I toni si ammorbidiscono con l'introspettiva Pictures - quasi una ballad, un po' sognante e un po' enigmatica - ma non è che una pausa tattica per riprendere fiato e ripartire con altre sferzate incandescenti come Election day o GTO. Il viaggio si fa ancora più intrigante quando il gruppo si addentra nelle selve oscure e misteriose di Wolves (il pezzo più tenebroso e "dark" del disco) o quando ci fa assaporare il gusto ipnotico di HazeLa voce limpida ed espressiva di Joey Tempest è efficace perfino in questi casi, dove l’aria si fa minacciosa e solfurea.

L’organo di Mic Michaeli, “distorto” e amplificato alla Jon Lord, trasmette ovunque calore e mistero, ed è l’indubbio co-protagonista di questo lavoro, al pari della chitarra di John Norum, emblema di un blues-rock vissuto e abrasivo.
A garantire sostegno strutturale ci pensa la sezione ritmica di John Levén e Ian Haugland: basso e batteria assicurano non soltanto solidità, ma contribuiscono alla resa granulare e materica dei brani con tocchi di fantasia e personalità.
Di certo Walk the Earth non ha paura di suonare old fashioned. Anche la durata è quella di un vinile d’altri tempi (siamo sulla soglia dei 40 minuti), eppure risulta fresco e attuale. Se cercate l'essenza nobile dell'hard rock moderno, l’avete trovata: gli Europe con questo disco salgono sulle più alte vette del rock, e il panorama da quassù è mozzafiato.