domenica 5 aprile 2026

OMEGA - Élő (1972)

La vera storia di un falso live
La svolta hard-prog degli Omega: uno dei capitoli più affascinanti e controversi della band ungherese

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Il titolo significa letteralmente "Dal vivo", ma l'album in realtà è un falso liveregistrato in studio con l'aggiunta di applausi e voci del pubblico in post-produzione. La band era ricorsa a questo stratagemma, non per vanità, ma per sfuggire ai lacci della censura che gravava su di loro, pronta a setacciare e a scartare gli eventuali contenuti sgraditi alle linee governative.

Come se non bastasse, il gruppo stava attraversando un momento complicato dopo l'abbandono di due membri chiave come Gábor Presser e József Laux, che avevano deciso di fondare i Locomotiv GT. Visto che anche la casa discografica, la Pepita, si mostrava cauta rispetto all'uscita del nuovo album, il gruppo presentò il disco come una spontanea e innocua registrazione live, in modo da aggirare qualunque perplessità o resistenza.

Nonostante il tentativo di depistaggio, la censura riuscì comunque a colpire il brano di punta che avrebbe dovuto dare il titolo all'opera: 200 évvel az utolsó háború után ("200 anni dopo l'ultima guerra"). Considerata troppo cupa e potenzialmente critica dalle alte sfere governative, la canzone rimase nel cassetto per decenni, vedendo la luce solo nel 1998 con la pubblicazione della versione integrale dell'album. 

Élő rappresenta ad ogni modo una tappa importante nella storia degli Omega, perché segna il passaggio definitivo della band dal rock-beat psichedelico di fine anni '60 a un hard rock progressivo ruvido ed energico. Brani come Hűtlen barátokOmegauto Blues tradiscono l'influenza britannica di band come Deep Purple e Uriah Heep, ma allo stesso tempo mantengono quella venatura malinconica che spesso contraddistingue il sound del gruppo. Una sfumatura che oggi sembra riflettere l'inquietudine di quell'epoca, tra influenze sovietiche e aspirazioni occidentali.

L'edizione originale del 1972 è considerata oggi un "sacro Graal" per i collezionisti, per via della copertina realizzata in cartoncino alluminizzato con effetto riflettente. All'epoca erano spesso usati materiali di scarsa qualità per le copertine. La scelta degli Omega era perciò un atto di pura sfida estetica.
Ne e
sistono due varianti, con scritte in blu o rosso, ma il fatto che fosse stampata su un supporto metallico, duttile e sottile, la rendeva comunque soggetta a pieghe e deformazioni. Queste imperfezioni, col tempo, hanno reso unico e irripetibile ogni esemplare, accrescendo la fama del gruppo. Il prezioso rivestimento sarà poi sostituito 
nelle stampe successive da un più pratico cartoncino color grigio. 

Qualunque versione abbiate in mano, far girare oggi questo disco significa graffiare la superficie di una storia fatta di silenzi imposti e di libertà vissuta a pieni watt. E se pensate di non aver mai sentito nulla degli Omega, andate a riascoltare White Dove degli Scorpions, cover del loro più grande e leggendario successo: Gyöngyhajú lány (La ragazza dai capelli color perla).

sabato 21 marzo 2026

EUROPE - Walk The Earth (2017)

L'analogico si fa contemporaneo

Tra le navate sonore di Abbey Road, la band svedese forgia un’opera che profuma di vinile, ombra, mistero e valvole sature 

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E' un suono analogico e maestoso quello che ci accoglie fin dalle prime note, avvolgendoci in una nebbia di vapori notturni e bagliori d'alba scandinava.
Dopo la reunion del 2004 gli Europe sono riusciti in un’impresa rara: restare rilevanti, senza rinnegare il passato, riportando il loro hard rock all’essenza delle origini.
I riferimenti sono nobili e apertamente dichiarati: Deep Purple - soprattutto quelli di Perfect Strangers -ma anche Uriah Heep Rainbow. Tutto però è giocato sull’ispirazione creativa e sull’imprinting e non sull’imitazione. Gli Europe hanno imparato la lezione dai grandi maestri, ma hanno filtrato le idee con una produzione al passo coi tempi. Ed è proprio 
questa la chiave di volta che sorregge l’intero album.

Walk the Earth è il traguardo di una maturità consapevole che affonda le radici negli anni ’70, con un rispetto filologico che si ricollega all’hard rock d’alta scuola. Ma il disco "respira" e fa sentire il proprio battito, con melodie che si infilano sottopelle e riff monumentali, dove il suono dell’Hammond e della chitarra sono la linfa densa e oscura che fluisce e sostiene ogni traccia.

La title-track Walk the Earth è senza dubbio il manifesto sonoro dell’album, perfetta per chi ama il rock epico e i chorus coinvolgenti. Ma non è che l’inizio, perché subito dopo veniamo trascinati via da The siege, con la sua accelerazione inarrestabile e potente, e da Kingdom United, terzo asso di fila che elargisce elettricità a profusione.

I toni si ammorbidiscono con la parentesi sognante e introspettiva della semi-ballad Pictures, ma è solo una pausa tattica per riprendere fiato, per poi ripartire con le sferzate incandescenti di Election day o GTO. Tuttavia nella scaletta c’è spazio anche per addentrarsi nelle selve oscure e misteriose di Wolves (il pezzo più tenebroso e "dark" del disco) o assaporare il gusto ipnotico di HazeLa voce limpida ed espressiva di Joey Tempest risulta particolarmente efficace anche in questi casi, perfino quando l’aria si fa minacciosa e solfurea.

Da parte sua, l’organo di Mic Michaeli, “distorto” e amplificato alla Jon Lord, trasmette calore e mistero, ed è l’indubbio co-protagonista di questo lavoro insieme alla chitarra di John Norum, emblema di un blues-rock profondo, sporco e ricco di anima.
A garantire sostegno strutturale ci pensa la sezione ritmica di John Levén e Ian Haugland: basso e batteria assicurano non soltanto solidità, ma contribuiscono alla resa granulare e materica dei brani con tocchi di fantasia e personalità.

Certamente Walk the Earth non ha paura di suonare "old fashion". Anche la durata è quella di un vinile d’altri tempi (siamo sulla soglia dei 40 minuti), però risulta fresco e attuale. Se cercate l'essenza nobile dell'hard rock moderno, l’avete trovata: gli Europe salgono sulle più alte vette del rock, e il panorama da quassù è mozzafiato.

domenica 30 novembre 2025

GENESIS - Duke (1980)

Dietro il pop c'è la ragione
Un disco oltre gli stereotipi e le etichette di genere

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Tappa fondamentale per seguire l'evoluzione stilistica della band inglese, Duke è un disco ragionato e complesso, molto più di quanto si voglia ricordare.
Con questo lavoro Genesis tracciano una linea di confine tra la stagione del progressive appena trascorsa e l'irresistibile richiamo del pop raffinato e scintillante, destinato a dominare il nuovo decennio. 

Duke è come un ponte tra due mondi. Da un lato scorgiamo ancora i "vecchi" Genesis che ci incantano con narrazioni fantastiche e suites cariche di metafore e simbolismi. Dall'altro incontriamo una band in pieno aggiornamento, che introduce la drum machine ed esplora altre sonorità, desiderosa di intercettare un pubblico sempre più ampio.
Questo dualismo emerge soprattutto nella sequenza dedicata al protagonista dell'album, il duca Albert, personaggio ispirato al libro illustrato del 1979 di Lionel Koechlin, L'Alphabet d'Albert. 

Ma come si è passati da un libro per l'infanzia a un disco capace di manovrare, con la stessa innocenza, lo scambio di binari tra prog e pop? La chiave è proprio Albert: una figura candida che si affaccia sul mondo per imparare a interpretarlo. Allo stesso modo i Genesis introducono un nuovo alfabeto musicale, fornendo all'ascoltatore le istruzioni per codificarlo. Senza dismettere i panni dei vecchi cantastorie, la band adotta così una grammatica moderna per continuare a raccontare emozioni universali, traghettando il mito di un tempo nel quotidiano. 

 Tuttavia il vizio del progressive reclama ancora la sua parte, tant'è che l'album si apre e si chiude circolarmente con una fanfara epica e trionfante, divisa in due sezioni strumentali indipendenti. L'introduzione viene affidata al clamore scintillante di Behind the lines, mentre il gran finale arriva al termine del disco con l'accoppiata Duke's travels / Duke's end.
Tra gli antipodi di questo viaggio troviamo lo scrigno che custodisce i gioielli del nuovo pop "genesiano": l'immediatezza di Misunderstanding, l'emozionante Heather (impreziosita da una strepitosa prova vocale di Phil Collins) e soprattutto Turn it on again, l'asso pigliatutto che regalerà al trio inesauribili fortune.

Eppure, nelle intenzioni iniziali, il progetto nascondeva un piano ancora più ambizioso. Collins, Banks e Rutherford avevano infatti accarezzato l'idea di realizzare una suite monumentale, articolata in sei parti legate insieme e riconducibili a quelle che poi sarebbero diventate: Behind the lines, DuchessGuide vocal, Turn it on again, Duke's travels e Duke's end.
In bilico tra il desiderio di assegnare un degno erede a Supper's ready e il timore di apparire fuori tempo massimo, i tre optarono infine per misure più agili e compatte. Vinse quindi l'essenzialità e la sequenza venne smantellata, isolando i punti di forza e puntando sul potenziale delle singole tracce.

Proprio come il duca Albert con il suo alfabeto, la band aveva trovato la sintassi giusta per un mondo che stava cambiando. Ma Duke non è solo il risultato di un nobile compromesso. E' l'immagine di una band proiettata in avanti. E se il viaggio di Albert era terminato, quello dei Genesis era appena ripartito.

martedì 25 novembre 2025

WHITESNAKE - Still Good to be Bad (remix 2023)

Remix d'autore
La versione definitiva di un classico moderno 

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Chi può resistere alla tentazione di dare un altro morso alla mela, quando il frutto è ancora dolce e invitante? Non certo David Coverdale, che negli ultimi anni ha ripreso in mano il catalogo più recente dei suoi Whitesnake per un seducente restyling attraverso la serie "Revisited, Remixed & Remastered": un ciclo di ristampe ampliate e aggiornate che hanno rimesso a lucido gli ultimi capitoli della band.

Certo, il sospetto che si voglia sfruttare del materiale già pubblicato è dietro l'angolo, ma bisogna ammettere che l'iniziativa ha realmente giovato alla qualità delle registrazioni, permettendo al suono di "aprirsi"  e liberare un calore finora inespresso.

Good To Be Bad era uscito originariamente nel 2008, con l'intenzione di riportare il marchio degli Whitesnake agli splendori di un tempo, dopo alcuni anni passati un po' insordina. Il piano del rilancio prevedeva quindi un solo obiettivo: "all killer, no filler". Un traguardo felicemente raggiunto grazie a un disco fiammante, dal sound potentissimo e chorus implacabili.

A distanza di quindici anni, il nuovo mix ha aggiornato quel suono con linee più pulite e brillanti, discostandosi dalla produzione "pastosa" del 2008. La batteria recupera infatti una lucentezza e un dettaglio che prima sfuggivano, mentre le chitarre soliste sono separate con maggiore precisione. L'intervento sulle tastiere è ancora più consistente: se prima erano sopraffatte dal muro invalicabile delle chitarre, oggi sono portate in avanti per essere - se non proprio intrepide - almeno più presenti e definite. 

Ci sono poi alcuni ritocchi e tagli tecnici che aggiungono qualche piccola novità in più: ad esempio l'intro di Lay down your love, più prestante e luminosa, oppure il finale alternativo di Summer rain. Ma a trarre maggior beneficio è soprattutto la voce di Coverdale, che ora esce dalle casse con tutta la nitidezza che merita.

Perfino la scaletta è stata riorganizzata per includere quattro pezzi aggiuntivi. Si tratta di Dog, Ready to rockIf you want me All I want is you. 
Non sono veri e propri 
inediti, anche perché i fan più fedeli ricorderanno queste registrazioni in studio incluse come materiale extra nel Live... In the Shadow of the Blues (2006). Ritrovarle qui però è una piacevole sorpresa e l'integrazione con il resto del materiale è perfetta, tanto che non figurano 
come semplici bonus track, ma vengono inserite nel flusso del disco, ricostruendo la tracklist in maniera organica e decisiva.

Non c'è più dubbio: le registrazioni originali avevano ancora qualcosa da dire e questo nuovo mix lo dimostra ampiamente. Possiamo quindi sciogliere le riserve iniziali e accogliere Still Good To Be Bad, aggiornato anche nel titolo, come un ulteriore e meritevole capitolo nella lunga storia degli Whitesnake.  

Nel frattempo anche Restless Heart (1997), Forevermore (2011) e The Purple Album (2015) hanno ricevuto lo stesso trattamento. Chissà che in futuro identica sorte non tocchi anche a Flesh & Blood (2019), album che è diventato a tutti gli effetti il canto del cigno della band, da quando nel novembre del 2025 Coverdale ha annunciato il suo ritiro dalle scene.

Se per caso avete accusato male il colpo, potete consolarvi con le altre riedizioni del Serpente Bianco: a partire dall'ottima trilogia antologica composta da The Rock Album (2020)Love Songs (2020) e The Blues Album (2021), fino al  retrospettivo e generoso box di Into The Light - The Solo Years (2024).

P.S.: Fate comunque arrivare a Mr. Coverdale il messaggio che se volesse ripensarci e pubblicare un nuovo disco degli Whitesnake, noi siamo pronti a farci avvolgere ancora una volta tra le spire dell'hard rock.


domenica 21 aprile 2024

MARK KNOPFLER’S GUITAR HEROES - Going Home (2024)

Il ritorno a casa del "local hero"
Oltre sessanta leggende della chitarra si riuniscono per "Going Home": un mosaico di note e solidarietà firmato Mark Knopfler

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L'ex leader dei Dire Straits ha messo insieme un manipolo di eroi della 6 corde per una staffetta senza precedenti. Sotto le insegne dei Mark Knopfler's Guitar Heroes si sono ritrovati infatti oltre 60 artisti, da Buddy Guy a Joe Bonamassa, per realizzare una nuova versione di Going Home, tema strumentale che chiudeva la colonna sonora del film Local Hero, composta da Knopfler nel 1983, e che entrò anche nella setlist degli stessi Dire Straits, come testimonia l'ottimo live album Alchemy

Tra i protagonisti di questo "remake" spiccano i nomi di David Gilmour, Eric Clapton, Bruce Springsteen, Steve Vai, Pete Townshend, Sting, Brian May, Nile Rodgers e Tony Iommi (unica concessione al lato hard & heavy).

Ma la parata di stelle non finisce qui e chiama a raccolta anche Joan Armatrading, Richard Bennett, Joe Brown, James Burton, Jonathan Cain, Paul Carrack, Ry Cooder, Jim Cox, Steve Cropper, Sheryl Crow, Danny Cummings, Roger Daltrey, Sam Fender, Peter Frampton, Audley Freed, Vince Gill, Keiji Haino, John Jorgenson, Sonny Landreth, Albert Lee, Greg Leisz, Alex Lifeson, Steve Lukather, Phil Manzanera, Dave Mason, Hank Marvin, Robbie McIntosh, John McLaughlin, Tom Morello, Rick Neilsen, Orianthi, Brad Paisley, Mike Rutherford, Joe Satriani, John Sebastian, Connor Selby, Slash, Ringo Starr & Zak Starkey, Andy Taylor, Susan Tedeschi & Derek Trucks, Ian Thomas, Keith Urban, Waddy Wachtel, Joe Louis Walker, Joe Walsh, Ronnie Wood e Glenn Worf.

A completare l'elenco da capogiro ci sono anche Jeff Beck, in una delle sue ultime apparizioni in studio, e Duane Eddy, uno dei pionieri della chitarra country & rock'n'roll, scomparso poche settimane dopo l'uscita del singolo. A sorpresa, c'è anche un tocco di tricolore, grazie alla partecipazione dell'amico Zucchero Sugar Fornaciari.

La produzione è affidata a Guy Fletcher, tastierista e braccio destro di Knopfler fin dai tempi dei Dire Straits. Realizzando un vero e proprio montaggio sonoro, tra incastri millimetrici e passaggi di testimone, Fletcher ha trasformato il brano in una lunga cavalcata che sfiora i 10 minuti di durata: quasi il doppio rispetto all'edizione originale. Ma nonostante il gran numero di guest star presenti, Going Home (2024) scorre via senza forzature, in un crescendo fluido di arpeggi, scambi e riprese che rendono unico e irripetibile ogni tassello del mosaico.

Il singolo è nato oltretutto con l'obiettivo di raccogliere fondi per la lotta al cancro giovanile. Tutti i proventi delle vendite saranno infatti devoluti all'associazione Teenage Cancer Trust e alla sua omologa statunitense Teen Cancer America.
Al di là del nobile scopo, i fan di Mark Knopfler hanno davvero di che gioire in questo momento: dopo Going Home (2024), il chitarrista scozzese ha pubblicato anche il suo nuovo album One Deep River, seguito dall'EP The Boy, uscito in occasione del "Record Store Day 2024" con quattro brani inediti provenienti dalle sessioni dell'album.

Tra la coralità monumentale di Going Home e l'intimità di queste nuove pubblicazioni, la sensazione è che il Local Hero non abbia mai perso il tocco magico per incantare il mondo. Il viaggio è lungo, ma la meta è dolcissima. Bentornato a casa, Mr. Knopfler.