IL BLOG

🔸OLTRE I CONFINI DEL ROCK: progressive, folk, hard & heavy, fusion, contaminazioni

mercoledì 6 maggio 2026

APOSTOLIS ANTHIMOS - Parallel Worlds (2018)

I mondi paralleli di "Lakis"
Suoni di un jazz nomade e cosmopolita
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Apostolis Anthimos - "Lakis" per gli amici - è da sempre uno dei motori creativi degli SBB, una delle band jazz/progressive rock più influenti della scena polacca. Questa volta il chitarrista si è ritagliato uno spazio personale, realizzando un album di jazz-fusion molto sofisticato ed elegante.

In Parallel Worlds - uno dei suoi progetti solisti più recenti - l'eclettismo è una dote che attraversa tutte le sue quattordici tracce: si passa dalle atmosfere libere e improvvisative di Pinocchio’s Dream, al taglio funky di Bar Wah Wah, fino ai tratti sperimentali di 2/5/1 (un chiaro riferimento alla successione di accordi adoperata non solo nel jazz), o all'influenza rock-blues che allarga lo spettro sonoro di Goris.

Chi lo conosce, sa che "Lakis", oltre che un maestro della sei corde, è anche un valente batterista. In questo disco dà prova del suo duplice talento dividendosi tra corde e pelli: un ulteriore parallelismo che lo vede ora architetto della melodia, ora motore del ritmo. Per questa avventura ha messo in piedi una formazione compatta ma di forte personalità: oltre al sostegno di Robert Szewczuga al basso, il disco si avvale dei contributi significativi di Piotr Matusik (pianoforte e tastiere) e Olaf Węgier (sax tenore), che si ritagliano spesso ampi spazi contendendo ad Anthimos il ruolo del protagonista.

Come suggerisce il titolo, l'album accosta percorsi paralleli che convivono in perfetta armonia. Tutto riporta a un nomadismo sonoro che combina momenti di ricerca e improvvisazione, a episodi melodici e immediati, dove il groove e la struttura armonica hanno un taglio più agile e familiare. 
Rispetto alla produzione con gli SBB, dove la componente elettronica gioca un ruolo centrale, il respiro acustico di Parallel Worlds è decisamente preponderante: una scelta che incoraggia il contributo creativo dei compagni di viaggio.

Questo album offre al musicista di origini greche un'angolatura decisamente più internazionale e cosmopolita di quanto siamo abituati a percepire con la sua band principale. Se chiudete gli occhi potreste ritrovarvi all'interno di un jazz club di Manhattan, Londra o Varsavia. Ma non importa la destinazione: è la sensazione che è sempre la stessa. Nel titolo di Parallel Worlds c'è una promessa mantenuta, a dimostrazione che il jazz parla un'unica lingua, sofisticata o universale che sia, capace di legare strade diverse in un solo, meraviglioso viaggio.


domenica 5 aprile 2026

OMEGA - Élő (1972)

La vera storia di un falso live
La svolta hard-prog degli Omega: uno dei capitoli più affascinanti e controversi del rock ungherese

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Il titolo significa letteralmente "Dal vivo", ma l'album in realtà è un falso liveregistrato in studio con l'aggiunta di applausi e voci del pubblico in post-produzione. La band era ricorsa a questo stratagemma non per vanità, ma per sfuggire ai lacci della censura che gravava su di loro, pronta a setacciare e a scartare gli eventuali contenuti sgraditi alle linee governative.

Come se non bastasse, il gruppo stava attraversando un momento complicato dopo l'abbandono di due membri chiave, Gábor Presser e József Laux, che avevano deciso di fondare per conto proprio i Locomotiv GT. Dal momento che anche la casa discografica, la Pepita, si mostrava piuttosto cauta rispetto all'uscita di un nuovo album, il gruppo presentò il disco come una spontanea e innocua registrazione live, in modo da aggirare qualunque perplessità o resistenza.

Nonostante l'elegante tentativo di depistaggio, la censura riuscì comunque a colpire il brano di punta che avrebbe dovuto dare il titolo all'opera: 200 évvel az utolsó háború után ("200 anni dopo l'ultima guerra"). Considerata troppo cupa e potenzialmente critica dalle alte sfere amministrative, la canzone rimase inedita per decenni, vedendo la luce solo nel 1998 con la pubblicazione della versione integrale dell'album. 

Élő rappresenta ad ogni modo una tappa importante nella storia degli Omega, perché segna il loro passaggio definitivo dal rock-beat psichedelico di fine anni '60 a un hard rock progressivo ruvido ed energico. Brani come Hűtlen barátokOmegauto Blues tradiscono l'influenza britannica di band come Deep Purple e Uriah Heep, ma allo stesso tempo mantengono quella venatura malinconica che spesso contraddistingue il sound del gruppo. Una sfumatura che oggi sembra riflettere l'inquietudine di quell'epoca, tra ingerenze filo-sovietiche e aspirazioni occidentali.

L'edizione originale del 1972 è considerata oggi un "sacro Graal" per i collezionisti, per via della copertina realizzata in cartoncino alluminizzato con effetto riflettente. All'epoca erano spesso usati materiali di scarsa qualità per le copertine, la scelta degli Omega era perciò un atto di pura sfida estetica.
Ne e
sistono due varianti, con scritte in blu o rosso, ma il fatto che fosse stampata su un supporto metallico, duttile e sottile, la rendeva comunque soggetta a pieghe e deformazioni. Queste imperfezioni, col tempo, hanno reso unico e irripetibile ogni esemplare, accrescendo la fama dell'album. Il prezioso rivestimento sarebbe stato poi sostituito 
nelle stampe successive da un più pratico cartoncino color grigio. 

Qualunque versione abbiate oggi in mano, far girare questo disco significa graffiare la superficie di una storia fatta di silenzi imposti e di libertà orgogliosamente vissuta a pieni watt. Perché a volte, per far sentire la propria voce, non serve un vero palco, ma solo il coraggio di impostare il volume nel modo giusto.

sabato 21 marzo 2026

EUROPE - Walk The Earth (2017)

L'analogico si fa contemporaneo

Tra le navate sonore di Abbey Road, la band svedese forgia un’opera che profuma di vinile, ombra, mistero e valvole sature 

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È un suono analogico e maestoso quello che ci accoglie fin dalle prime note, avvolgendoci in una nebbia di vapori notturni e bagliori d'alba scandinava.
Dopo la reunion del 2004 gli Europe hanno compiuto un’impresa rara: restare rilevanti, senza rinnegare il passato, riportando il loro hard rock all’essenza delle origini.
I riferimenti sono nobili e facilmente rintracciabili: si sentono soprattutto echi di Deep Purple (specie quelli di Perfect Strangers), ma ci sono tracce anche di Uriah Heep, Dio Rainbow. Ma è una questione di imprinting e non di imitazione. Gli Europe hanno imparato la lezione dai grandi maestri, filtrando le idee con una scrittura e una produzione al passo coi tempi. Ed è proprio 
questa la chiave di volta che sorregge tutto il disco.

Walk the Earth è il traguardo di una maturità consapevole che affonda le radici negli anni ’70, con un rispetto filologico che si ricollega all’hard rock d’alta scuola. Tuttavia il disco "respira" e fa sentire il proprio battito, con melodie che si infilano sottopelle e riff monumentali, dove il suono dell’Hammond e della chitarra sono la linfa densa e oscura che fluisce e sostiene ogni traccia.

La title-track Walk the Earth è senza dubbio il manifesto sonoro dell’album, perfetta per chi ama il rock epico e i chorus coinvolgenti. Ma è solo l’inizio, perché subito dopo arriva l'onda d'urto di The siege, inflessibile e decisa, seguita da Kingdom United, terzo asso di fila che sprigiona elettricità a profusione.

I toni si ammorbidiscono con l'introspettiva Pictures - quasi una ballad, un po' sognante e un po' enigmatica - ma non è che una pausa tattica per riprendere fiato e ripartire con altre sferzate incandescenti come Election day o GTO. Il viaggio si fa ancora più intrigante quando il gruppo si addentra nelle selve oscure e misteriose di Wolves (il pezzo più tenebroso e "dark" del disco) o quando ci fa assaporare il gusto ipnotico di HazeLa voce limpida ed espressiva di Joey Tempest è efficace perfino in questi casi, dove l’aria si fa minacciosa e solfurea.

L’organo di Mic Michaeli, “distorto” e amplificato alla Jon Lord, trasmette ovunque calore e mistero, ed è l’indubbio co-protagonista di questo lavoro, al pari della chitarra di John Norum, emblema di un blues-rock vissuto e abrasivo.
A garantire sostegno strutturale ci pensa la sezione ritmica di John Levén e Ian Haugland: basso e batteria assicurano non soltanto solidità, ma contribuiscono alla resa granulare e materica dei brani con tocchi di fantasia e personalità.

Di certo Walk the Earth non ha paura di suonare old fashioned. Anche la durata è quella di un vinile d’altri tempi (siamo sulla soglia dei 40 minuti), eppure risulta fresco e attuale. Se cercate l'essenza nobile dell'hard rock moderno, l’avete trovata: gli Europe con questo disco salgono sulle più alte vette del rock, e il panorama da quassù è mozzafiato.

domenica 30 novembre 2025

GENESIS - Duke (1980)

Dietro il pop c'è la ragione
Un disco oltre gli stereotipi e le etichette di genere

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Tappa fondamentale per seguire l'evoluzione stilistica della band inglese, Duke è un disco ragionato e complesso, molto più di quanto si voglia ricordareCon questo lavoro Genesis tracciano una linea di confine tra la stagione del progressive appena trascorsa e l'irresistibile richiamo del pop, raffinato e scintillante, destinato a dominare il nuovo decennio. 
Duke è come un ponte tra due mondi. Da un lato scorgiamo ancora i "vecchi" Genesis che ci incantano con narrazioni fantastiche e suite cariche di metafore e simbolismi. Dall'altro andiamo incontro a una band in pieno aggiornamento, che introduce la drum machine ed esplora nuove sonorità, desiderosa di intercettare un pubblico sempre più ampio.

Il dualismo emerge soprattutto nella sequenza dedicata al protagonista dell'album, il duca Albert, personaggio ispirato al libro illustrato di Lionel Koechlin, L'Alphabet d'Albert. Ma come si è passati da un libro per l'infanzia a un disco determinato a manovrare lo scambio di binari tra prog e pop? La chiave è proprio Albert: una figura innocente che si affaccia sul mondo e che impara a conoscerlo. Allo stesso modo i Genesis diventano interpreti di un inedito alfabeto musicale. Senza dismettere i panni dei vecchi cantastorie, la band adotta una grammatica moderna per raccontare ancora emozioni universali, ma traghettando il mito nel quotidiano. 

 Il vizio del progressive infatti reclama ancora la sua parte, dato che l'album si apre e si chiude circolarmente con una fanfara, epica e trionfante, divisa in due sezioni strumentali. L'introduzione viene affidata al clamore scintillante di Behind the lines, mentre il gran finale spetta all'accoppiata Duke's travels / Duke's end.
Tra gli antipodi di questo viaggio troviamo lo scrigno che custodisce i gioielli del nuovo pop "genesiano": l'immediatezza di Misunderstanding, i tormenti di Heathaze (impreziosita da una strepitosa prova vocale di Phil Collins) e Turn it on again, l'asso pigliatutto che regalerà al trio inesauribili soddisfazioni.

E dire che, nelle intenzioni iniziali, il progetto nascondeva un piano ancora più ambizioso. Collins, Banks e Rutherford avevano accarezzato l'idea di realizzare una suite monumentale articolata in sei parti: una sola sequenza che avrebbe dovuto legare Behind the lines, DuchessGuide vocal, Turn it on again, Duke's travels e Duke's end.
In bilico tra il desiderio di assegnare un degno erede a Supper's ready e il timore di apparire fuori tempo massimo, i tre optarono alla fine per misure più agili e compatte. Vinse l'essenzialità e la sequenza venne quindi smantellata, isolando i punti di forza e puntando sul potenziale delle singole tracce.

Proprio come il duca Albert, la band aveva trovato la sintassi giusta per un mondo che stava cambiando. Ma Duke non è solo il risultato di un nobile compromesso: è l'immagine viva di una band proiettata in avanti, pronta a giocarsi il secondo tempo appena iniziato.

martedì 25 novembre 2025

WHITESNAKE - Still Good to be Bad (remix 2023)

Remix d'autore
La versione definitiva di un classico moderno 

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Chi può resistere alla tentazione di dare un altro morso alla mela, quando il frutto è ancora dolce e invitante? Non certo David Coverdale, che negli ultimi anni ha ripreso in mano il catalogo più recente dei suoi Whitesnake per un seducente restyling attraverso la serie "Revisited, Remixed & Remastered": un ciclo di ristampe ampliate e aggiornate che hanno rimesso a lucido gli ultimi capitoli della band.

Certo, il sospetto che si voglia sfruttare del materiale già noto è subito dietro l'angolo, ma bisogna ammettere che l'iniziativa ha davvero giovato alla qualità delle registrazioni, permettendo al suono di "aprirsi" e liberare un calore finora inespresso.

Good To Be Bad era uscito originariamente nel 2008, dopo alcuni anni passati un po' in sordina, con l'intenzione di riportare il marchio degli Whitesnake agli splendori di un tempo. Il piano del rilancio non poteva che prevedere un solo obiettivo: all killer, no filler. Un traguardo raggiunto grazie a un disco fiammante, dal sound potentissimo e dai chorus implacabili.

Il nuovo mix, curato da Christopher Collier, ha aggiornato quel suono con linee più pulite e brillanti, discostandosi dalla produzione "pastosa" di quindici anni prima. La batteria recupera una lucentezza e un dettaglio che effettivamente sfuggivano, mentre le due chitarre soliste sono separate con maggiore precisione. Ancora più consistente l'intervento sulle tastiere: se un tempo erano sopraffatte dall'invalicabile muro delle chitarre, oggi sono portate in avanti per essere - se non proprio intrepide - almeno più presenti e definite.

Ci sono poi alcuni piccoli ritocchi e tagli tecnici che aggiungono qualche novità in più: l'intro di Lay down your love, per esempio, è più energico e luminoso, mentre Summer rain presenta un finale alternativo. Ma a trarre maggior beneficio è la voce di Coverdale, che esce dalle casse ben centrata e con tutta la nitidezza che merita.

Anche la scaletta è stata riorganizzata in modo da includere quattro pezzi aggiuntivi: Dog, Ready to rock, If you want me e All I want is you. Non si tratta comunque di veri e propri inediti, perché queste registrazioni in studio erano già incluse come materiale extra nel live In the Shadow of the Blues del 2006. Ad ogni modo, ritrovarle qui è una piacevole sorpresa e l'integrazione con il resto del materiale è impeccabile. Tanto più che non figurano come semplici bonus track, ma sono inserite nel flusso del disco, ricostruendo la tracklist in maniera organica e decisiva.

Non c'è più dubbio: le registrazioni originali avevano ancora qualcosa da dire e il nuovo mix lo dimostra ampiamente. Possiamo quindi sciogliere le riserve iniziali e accogliere Still Good To Be Badaggiornato anche nel titolo, come un ulteriore e meritevole capitolo nella lunga saga del Serpente Bianco.

domenica 21 aprile 2024

MARK KNOPFLER’S GUITAR HEROES - Going Home (2024)

Il ritorno a casa del "local hero"
Oltre sessanta leggende della chitarra si riuniscono per "Going Home": un mosaico di note e solidarietà firmato Mark Knopfler

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L'ex leader dei Dire Straits ha messo insieme un manipolo di eroi della 6 corde per una staffetta senza precedenti. Sotto le insegne dei Mark Knopfler's Guitar Heroes si sono ritrovati infatti oltre 60 artisti, da Buddy Guy a Joe Bonamassa, per realizzare una nuova versione di Going Home, tema strumentale che chiudeva la colonna sonora del film Local Hero, composta da Knopfler nel 1983, e che entrò anche nella setlist degli stessi Dire Straits, come testimonia l'ottimo live album Alchemy

Tra i protagonisti di questo "remake" spiccano i nomi di David Gilmour, Eric Clapton, Bruce Springsteen, Steve Vai, Pete Townshend, Sting, Brian May, Nile Rodgers e Tony Iommi (unica concessione al lato hard & heavy).

Ma la parata di stelle non finisce qui e chiama a raccolta anche Joan Armatrading, Richard Bennett, Joe Brown, James Burton, Jonathan Cain, Paul Carrack, Ry Cooder, Jim Cox, Steve Cropper, Sheryl Crow, Danny Cummings, Roger Daltrey, Sam Fender, Peter Frampton, Audley Freed, Vince Gill, Keiji Haino, John Jorgenson, Sonny Landreth, Albert Lee, Greg Leisz, Alex Lifeson, Steve Lukather, Phil Manzanera, Dave Mason, Hank Marvin, Robbie McIntosh, John McLaughlin, Tom Morello, Rick Neilsen, Orianthi, Brad Paisley, Mike Rutherford, Joe Satriani, John Sebastian, Connor Selby, Slash, Ringo Starr & Zak Starkey, Andy Taylor, Susan Tedeschi & Derek Trucks, Ian Thomas, Keith Urban, Waddy Wachtel, Joe Louis Walker, Joe Walsh, Ronnie Wood e Glenn Worf.

A completare l'elenco da capogiro ci sono anche Jeff Beck, in una delle sue ultime apparizioni in studio, e Duane Eddy, uno dei pionieri della chitarra country & rock'n'roll, scomparso poche settimane dopo l'uscita del singolo. A sorpresa, c'è anche un tocco di tricolore, grazie alla partecipazione dell'amico Zucchero Sugar Fornaciari.

La produzione è affidata a Guy Fletcher, tastierista e braccio destro di Knopfler fin dai tempi dei Dire Straits. Realizzando un vero e proprio montaggio sonoro, tra incastri millimetrici e passaggi di testimone, Fletcher ha trasformato il brano in una lunga cavalcata che sfiora i 10 minuti di durata: quasi il doppio rispetto all'edizione originale. Ma nonostante il gran numero di guest star presenti, Going Home (2024) scorre via senza forzature, in un crescendo fluido di arpeggi, scambi e riprese che rendono unico e irripetibile ogni tassello del mosaico.

Il singolo è nato oltretutto con l'obiettivo di raccogliere fondi per la lotta al cancro giovanile. Tutti i proventi delle vendite saranno infatti devoluti all'associazione Teenage Cancer Trust e alla sua omologa statunitense Teen Cancer America.
Al di là del nobile scopo, i fan di Mark Knopfler hanno davvero di che gioire in questo momento: dopo Going Home (2024), il chitarrista scozzese ha pubblicato anche il suo nuovo album One Deep River, seguito dall'EP The Boy, uscito in occasione del "Record Store Day 2024" con quattro brani inediti provenienti dalle sessioni dell'album.

Tra la coralità monumentale di Going Home e l'intimità di queste nuove pubblicazioni, la sensazione è che il Local Hero non abbia mai perso il tocco magico per incantare il mondo. Il viaggio è lungo, ma la meta è dolcissima. Bentornato a casa, Mr. Knopfler.