Il libero cercatore che riparte a "50 anni"
Intervista
a Eugenio Finardi
(pubblicata su LaStampa.it il 3 ottobre 2002)
Il
progetto discografico che Eugenio
Finardi
pubblica nel 2002 si intitola 50
Anni. E' l’occasione per attualizzare il repertorio del passato e per
scoprire che brani come Scuola
o Afghanistan
restano validi in qualunque momento si presentino.
Il risultato non è il solito “best of”, ma un lavoro tematico costruito
intorno alle canzoni meno in vista della sua produzione. Sono altre “musiche
ribelli” che non hanno meno valore o meno profondità dei successi già entrati
nella nostra memoria collettiva.
È
un disco che riprende con naturalezza le riflessioni incominciate quasi
trent’anni prima e che è in grado di coinvolgere nelle stesse tematiche anche
le giovani generazioni a cui i vecchi 33 giri potrebbero essere sconosciuti.
I titoli di ieri sono riproposti con nuove vesti strumentali, con arrangiamenti
che si aprono a soluzioni sia acustiche che elettriche, tradizionale e moderne.
In due parole, un Eugenio
Finardi
libero e sereno che sembra voglia ripartire dai suoi 50
Anni appena compiuti.
MN - Sciolto il precedente contratto con la “WEA”
sei tornato ad essere un libero cercatore: prima con il Fado, ora con 50
Anni.
EF - Sì, io ho sofferto molto dal disco Acustica
in avanti il rapporto con il mercato e gli obiettivi dell’industria
discografica. Da quel momento facevo fatica ad entrare nelle logiche imperanti
di questo sistema produttivo. Perciò ho sentito il bisogno di riportare la
musica al centro di tutto, di modo che fosse soltanto la musica a determinare
le mie scelte e non viceversa.
Quindi ho cominciato a smantellare la formazione del concerto fino ad arrivare
a una situazione a tre, senza alcuna rete e senza un sistema di impianti di
amplificazione. Poi progressivamente mi sono avvicinato a un progetto come il Fado
e adesso a questo di 50 Anni che sono assolutamente liberi da
ogni idea di marketing commerciale.
- So che ti cimenti occasionalmente con il gospel e che
sei un estimatore del rap, che se vuoi sono un po’ le tue radici e i tuoi
legami di oggi con l’America. Sei mai stato tentato di introdurre questi
linguaggi nel tuo lavoro di compositore?
- Dal vivo ogni tanto mi cimento con il repertorio del gospel; anzi,
ultimamente l’ho fatto spesso. Però non sono mai riuscito a portarlo dentro un
disco, anche se non escludo di poterlo fare in futuro.
Per restare in tema, il prossimo 11 ottobre alle 22.00
(la data si riferisce all'anno dell'intervista, NdA) su Radio Tre verrà
trasmesso un concerto di blues, dove a suonare ci sarà anche Franco Fabbri
(ex chitarrista degli Stormy Six e all’epoca docente
universitario al D.A.M.S. di Torino, NdA).
- Per la rivisitazione di 50Anni i tuoi vecchi
brani sono stati scelti con un criterio tematico: perciò i contenuti li
conosciamo, anche perché non sono stati modificati. Invece che piega hai voluto
dare agli arrangiamenti?
- La parte musicale è assolutamente spontanea e molto ricca. Ci sono gli
interventi orchestrali dei Solis String Quartet con cui negli ultimi
tempi ho collaborato spesso. Il disco, musicalmente parlando, è figlio di Vittorio
Cosma, si tratta di un lavoro da pare suo.
Ci sono alcuni ragazzi con un bel groove, sono
musicisti davvero molto bravi. Comunque, secondo me, è un disco da sentire più
che da descrivere, perché è strano, è diverso dagli altri. Sono state
utilizzate delle orchestrazioni, come ti dicevo prima, e un po’ di rumoristica.
Ci sono anche dei campionamenti di una radio dello Sri Lanka e di una favola
russa. Questo per dire qual è la dimensione che si respira.
- Quale dimensione sceglierai per proporlo dal vivo?
- Per i concerti ho pensato a una cosa ancora un po’
diversa, perciò proporremo le canzoni in trio acustico. Vorrei portarle verso
uno stile improvvisativo.
- La copertina del disco è molto giocosa, esprime un
senso di rinascita.
- La copertina è nata da un’idea di Angelo Carrara.
L’immagine del bambino rimanda all’idea di Non diventare grande mai,
su cui il disco è fortemente incentrato, rappresenta la possibilità di crescere
e di diventare adulti senza perdere il bambino che ci accompagna. È il bisogno
di mantenere vivo il gioco, di continuare ad avere dei sogni.
- I tuoi primi dischi sono stati registrati con la
partecipazione degli Area. Eravate compagni della stessa etichetta, la Cramps.
- Sì, è vero. Io ero considerato il loro “fratellino”.
È stato Demetrio a portarmi dalla “Numero Uno”, l’etichetta di Battisti
per la quale incidevano entrambi, alla “Cramps”. Ricordo che nel ’73 avevamo registrato
tutti e due un nostro singolo che poi nessuno ha mai sentito.
Quando lui è entrato subito dopo negli Area, mi
ha invitato a seguirlo e ovviamente è stato un passaggio che ho fatto molto
volentieri. Gli Area erano dei musicisti rigorosi e severi, sia a
livello ideologico che a livello musicale. Loro mi consideravano un po’ il
pazzariello della situazione, ma con molta tenerezza e affetto. Diesel
è stato realizzato prevalentemente con il loro supporto.
- Milano è stata una città molto all’avanguardia dal
punto di vista musicale, aperta alle novità.
- Milano era un insieme di novità, ma non faceva capo
solo al rock. È questo è stato importante. Gianni Sassi (che degli Area
era il produttore, NdA) aveva saputo unire gente molto diversa. Fai
conto che ad una cena ci potevi trovare il sottoscritto, Nanni Balestrini
e John Cage: le personalità più disparate. Era un periodo molto
stimolante, soprattutto a livello intellettuale. Poi ognuno si esprimeva
liberamente con il proprio linguaggio.
- Molti dei tuoi testi, ancora oggi, hanno spesso come
riferimento l’immagine dell’acqua, che è purezza e vita.
- Hai ragione. L’acqua è un’immagine che esprime
semplicità, elasticità, purezza. Ma è anche qualcosa di carnale e molto
sensuale. Non solo: l’acqua è un’entità “non fermabile”, non la puoi trattenere
tra le dita, sfugge in mille rivoli e può assumere forme diverse. Può essere
fiume, può essere vapore o può essere ghiaccio.
- Ha la libertà che tutti vorremmo avere.
- Sì, direi proprio di sì.

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