Nel caso di McVicar, confluiscono entrambe le alternative. Ma Daltrey non è affatto solo e, per la parte che compete al disco, si circonda di complici di fiducia. Tra questi spiccano due nostre vecchie conoscenze: Pete Townshend e John Entwistle. Ma ci sono anche Kenney Jones, che aveva da poco ereditato il posto alla batteria del compianto Keith Moon, e John “Rabbit” Bundrick di rinforzo alle tastiere. La banda praticamente è al completo; si muovono individualmente, ma sono proprio loro: gli Who nella loro line-up più recente.
Per valutare l’album nella giusta prospettiva, però, è bene tenersi alla larga da scomodi paragoni. McVicar segue una traiettoria tutta sua e non si lascia influenzare dal peso specifico dei singoli musicisti chiamati in causa. Questa impermeabilità permette a Daltrey di affrancarsi dal nome glorioso, ma ingombrante, della celebre band che da sempre gli fa luce e ombra. Il disco si misura così con il metro di un rock sobrio e misurato, attraversato da qualche lampo di rhythm & blues e da minime incursioni di synth elettronici.
Per sganciarsi completamente da indebiti raffronti, l'impostazione è perentoria a priori: tutte le canzoni devono portare la firma di autori esterni. Le più significative sono quelle di Russ Ballard, autentico hit maker che aveva già collaborato con Daltrey, e Billy Nicholls, collaboratore di Townshend e futuro touring member degli Who.
Come se non ci fossero già abbastanza richiami e allusioni, l'album è patrocinato dalla "The Who Films", l'estensione manageriale creata per curare i progetti cinematografici che ruotavano intorno alla band. La contraddizione si fa sempre più affascinante: Daltrey tenta di fuggire, come il protagonista del suo film, dalla gabbia dorata degli Who usando proprio le chiavi fornite dalla sua stessa band.
Il primo singolo estratto è Without Your Love, brano dall'arrangiamento morbido e acustico che mette in risalto il sospiro romantico di Daltrey e che all'epoca aveva anche riscosso un certo successo negli Stati Uniti. Ma sulla lunga distanza il titolo che risulta davvero vincente è Free Me: ecco l'urlo rock e liberatorio che tutti aspettavamo! Daltrey si impone qui con una performance graffiante e “barricadera” che gli rende piena giustizia.
In altri momenti si avverte invece il peso della legge, perlomeno quella cinematografica: i due episodi strumentali intitolati Escape (divisi in Part One e Part Two), pur essendo funzionali alla pellicola, risultano meno essenziali per la tenuta del disco, rendendo l'ascolto a tratti discontinuo.
Bisogna comunque riconoscere a Daltrey un merito raro: per quanto possa sembrare un azzardo allontanarsi dalla "comfort zone" che gli garantivano gli Who, Roger dimostra ancora una volta di avere coraggio e autonomia da vendere. McVicar non è solo un tentativo di fuga, ma un piano ben riuscito.
In fondo, il miglior alibi per un artista è proprio quello di non farsi mai trovare dove tutti si aspettano di cercarlo.

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