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lunedì 11 aprile 2022

JETHRO TULL - Stormwatch (1979)

Cieli neri e flauti d'argento
Un concept album 
dalle tinte fosche e oscure che preannuncia i cambiamenti climatici

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Ian Anderson stava di vedetta e mostrava un ghigno che potrebbe sembrare cinico e beffardo, ma in realtà voleva avvisarci del pericolo imminente, camuffando così la sua preoccupazione per un mondo sull'orlo della catastrofe ecologica.
La tempesta perfetta era vicina e il disco ce lo fa percepire con sbuffi di burrasca che si infiltrano tra le canzoni, portando scompiglio e rendendo l'atmosfera tesa e gonfia. Brani come Dark ages, Flying Dutchman e Orion suonano perentori come bollettini meteorologici.

Jethro Tull offrono un momentaneo rifugio nelle loro consuete divagazioni folk, come l'acustica Dun Ringill la strumentale Warm Sporran. Ma anche in questi casi, il vento si intrufola con irriverenza, scompigliando l'immagine di un'opulenta società assetata di profitto e indifferente alla salvaguardia del pianeta.

L'album mette subito in chiaro i toni con North sea oil, un atto di accusa rivolto contro l'industria petrolifera colpevole dello sfruttamento delle risorse nel Mare del Nord. L'ingordigia e l'inquinamento sono solo il preambolo del passo successivo che evoca lo spettro di un'era post-nucleare. Secondo Anderson ci arriveremo in una decina di anni. Per la tragedia di Chernobyl ne basteranno meno.

L'ambientazione artica e l'ironia amara che accompagnano il disco alimentano l'umorismo iperbolico e grottesco di Anderson, che sul retro della copertina schiera un gigantesco orso polare, simbolo di una natura furiosa e pronta alla rivolta.

Il leader dei Jethro Tull non si fa però illusioni: sa benissimo che il grido di allarme lanciato da Stormwatch rimarrà inascoltato. Eppure non ha intenzione di farsi da parte. Anzi, in Old ghosts appunta alcuni versi decisamente eloquenti:

   "I'll be coming again like an old dog in pain
   Blown through the eye of the hurricane
   Down to the stones where old ghosts play"

   ("Tornerò ancora come un vecchio cane malconcio
   sputato fuori dall'occhio del ciclone
   giù tra le pietre dove suonano vecchi fantasmi")

Nonostante tempi oscuri si addensino all'orizzonte, il nostro stormwatcher tenta di congedarsi con un accenno di poesia. Nei minuti finali del disco, la strumentale Elegy ci accoglie con la delicatezza di un arrangiamento  per flauto e orchestra. Diversamente da quanto avviene di solito, la traccia non porta la firma di Anderson, ma dei David Palmer (oggi Dee Palmer), tastierista della band che in questo caso compone, arrangia e dirige l'orchestra in prima persona. Prendetene nota: è un evento rarissimo nell'universo dei Jethro Tull.

Al primo ascolto è difficile dire se il brano sia una celebrazione della natura o un requiem. Ad ogni modo è un epitaffio di rara purezza, che riesce ad accendere una piccola luce sulla cupezza generale dell'album.
Solo in un secondo momento scopriremo che Palmer aveva dedicato il brano alla memoria del padre da poco scomparso. Ma nell'equilibrio del disco, Elegy sarà per sempre lo specchio della fragilità della natura e, in fondo, dell'umanità stessa.

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