Cuore, coerenza e radici
Intervista
a Beppe Carletti
(pubblicata su La Stampa.it il 1° settembre
2002)
La data della città ducale è stata infatti organizzata con il duplice intento di promuovere la "Riserva Naturale Regionale dei Calanchi" di Atri, riconosciuta come una delle oasi del WWF, e il nuovo lavoro discografico dei Nomadi Amore Che Prendi, Amore Che Dai.
Prima della serata Beppe Carletti, unico fondatore originario presente ancora oggi in formazione, ha preso parte all'escursione nella Riserva con partenza dal "Colle della Giustizia". Non poteva esserci posto migliore per accogliere il gruppo che più di tutti si è fatto bandiera di valori come giustizia e solidarietà: quarant'anni di musica e storia in soccorso delle voci più deboli.
MN - I Nomadi sono a un passo dai 40 anni di carriera,
hanno scritto tante pagine e vissuto tanti avvicendamenti. Com'è possibile
rigenerarsi mantenendo fede a quello che è lo spirito originario del gruppo?
BC - I cambiamenti sono stati graduali, così chi si è
inserito in un secondo momento è riuscito integrarsi bene nel gruppo. Quando un
musicista arriva, sa benissimo come sono i Nomadi e come va la nostra vita sul
palco, quindi i cambiamenti vengono vissuti in modo naturale. Io poi come tutti
i Nomadi sono testardo, tenace e sono così fin dagli inizi. C'è anche un certo
tipo di comportamento, una coerenza nell'essere uno dei Nomadi. E poi nessun
musicista ha mai fatto fatica a inserirsi nel gruppo anche perché la gente gli
fa capire che sono subito "Nomadi" a tutti gli effetti. E' una cosa
che avviene da sempre in modo molto naturale: è la storia del gruppo. Capisco
che può essere faticoso per la quantità dei concerti che facciamo ma è davvero
qualcosa di innato.
- Che significato ha per voi la coerenza?
- Per noi la coerenza è importantissima. Credo che la
vita e la musica debbano procedere insieme e in parallelo: non posso dire di
comportarti in un certo modo se poi io agisco nell'altro. Per farti un esempio
io non posso cantare una canzone contro la droga se poi io sono il primo a
farne uso, perché a quel punto non sarei più coerente soprattutto con me
stesso. Però posso girare a testa alta sapendo che come sono nella vita, così
sono anche sul palco. Non si possono indossare delle maschere nel momento in
cui ti metti di fronte alle persone che sono venute a
vederti.
- Ricordo una vostra frase che dice: "Ieri
impegna l'oggi nel domani". Perché sono così importanti le radici?
- Perché chi non ha radici non può crescere e
svilupparsi. Una pianta senza radici seccherebbe subito. Invece bisogna fare in
modo che queste radici possano andare giù in profondità. E più sono solide, più
è facile che quella pianta non si sradichi mai. All'inizio neppure noi avevamo
delle vere radici, ma si sono create con il tempo e facendo attenzione di
curarle sempre. Per farti un altro paragone sono importanti come le fondamenta
di una casa. Senza non puoi costruire nulla.
- Favelas, Canzone per i desaparesidos, Le leggende di un popolo: i
temi delle vostre canzoni non seguono le mode del momento.
- Sì, è giusto quello che dici. Anche noi la
avvertiamo questa condizione. Ma il nostro lavoro è bello proprio per questo,
perché se fossero canzoni di moda alla fine passerebbero. Favelas
l'abbiamo fatta dopo che tanti ne avevano parlato sull'onda del momento.
Abbiamo anche parlato di uomini come Chico Mendez e Salvador Allende molto
tempo dopo la loro morte. Allo stesso modo Auschwitz, che è di
Francesco (Guccini, Nda), non smetteremo mai di cantarla perché purtroppo resta sempre
attuale. Guai se non lo facessimo: non saremmo coerenti, per tornare al
discorso di prima. Vedi, è un cerchio che si chiude. Ti dirò che mi piace non
essere alla moda; a starci dentro non vedrei più il nesso, con quello in cui
crediamo, non mi ci ritroverei più.
- Giusto un anno fa un vostro concerto in Liguria è
stato interrotto dagli organizzatori proprio mentre Danilo cantava una canzone
come Primavera di Praga.
- Me lo ricordo bene, eravamo ad Arma di Taggia.
- Significa che ci sono ancora argomenti scomodi che
possono colpire nel segno?
- Sì, secondo me è proprio così. E' stato una prova di
come esistano ancora persone infastidite da certi argomenti, e non comprendono
e non vogliono accettare una certa realtà che è quella che i Nomadi cantano da
sempre. Le nostre canzoni continueremo a cantarle perché sembrano scritte questa
mattina. Quella sera ero offeso perché non capivo come mai quella signora
dell'organizzazione avesse interrotto il concerto. Quando qualcuno chiama i Nomadi
dovrebbe sapere quali sono i contenuti e i messaggi che porta, che i Nomadi non
sono un gruppo da semplice intrattenimento, che sono quelli di Un pugno
di sabbia ma anche quelli di Dio è morto.
I Nomadi hanno una storia e, appunto, delle radici ben
precise da cui non possono prescindere. Io non mi considero uno bravo, ma uno
rispettoso degli altri e quindi credo sia giusto pretendere lo stesso rispetto.
Quando compro un prodotto, che non è a scatola chiusa, so cosa scelgo.
"Comprare" magari è una parola un po' brutta, ma alla fine, se ci
pensi, c'è qualcuno che per una sera ti compra e vorrebbe comprarti per quello
che crede tu sia.
Ti ripeto, quando qualcuno ci chiama dovrebbe sapere
quello che cantiamo. E noi cantiamo Dio è morto, L'angelo
caduto che parla di prostituzione, o la pena di morte di Una
storia da raccontare. Io non mi sarei permesso di interrompere il
concerto, ma ho dovuto farlo. Come ho detto quella sera, in certi casi
ritirarsi, anche dopo le scuse che ci hanno rivolto, non è chinare la testa, ma
è difendere la propria dignità e le proprie idee. Lavoro soprattutto per
passione. Perché qualcuno deve venirmi a dire cosa devo cantare? Chi va a dire
a un attore di teatro cosa o come recitare? Se una cosa ti piace la segui, se
no non vai a cercarla.
- Però quella sera Danilo aveva espresso sul palco
alcune considerazioni a nome del gruppo sul G8 che si era appena concluso a
Genova. Pensi che centri qualcosa?
- Non lo vorrei pensare. Anzi, non ci ho proprio
pensato in quel momento. Voglio pensare che sia stata solo una questione di
repertorio. A me che un argomento, o una persona, sia di destra o di sinistra
non mi importa affatto. A me interessa che una persona sia intelligente o no.
Io non chiedo a nessuno di farmi vedere la tessera e vorrei che con me e con i
Nomadi si facesse altrettanto. Non penso che se sia stata politica perché
sarebbe stato peggio.
- Tornando invece ad oggi, e cambiando argomento, qualcuno ha notato che il
titolo di Amore Che Prendi, Amore Che Dai suona simile ad Amore che
vieni, amore che vai di Fabrizio De André: omaggio o coincidenza?
- Sì, guarda, ce l'hanno fatto notare, ma noi quando
lo abbiamo scritto non ce ne siamo accorti. Sono quelle cose a cui tu non pensi
nemmeno e che sono talmente spontanee che è pura coincidenza. Ma non mi
dispiace, è stato bello questo richiamo, ma solo perché noi non ci avevamo
proprio pensato.
- Da alcuni anni collaborate con alcuni giovani
autori. Come vi trovate insieme?
- Bene. Anzi, benissimo. Non cerco mai di forzare
queste cose e le trovo molto naturali e stimolanti. Io con questi giovani
autori, ragazze e ragazzi, mi ci confronto non dico tutti i giorni, ma quasi.
Ad esempio per quest'ultimo disco cercavo un testo come L'angelo caduto
che parlasse di pedofilia e prostituzione, e quando l'ho trovato è stato molto
bello lavorarci insieme. I nostri collaboratori non sono dei
"professionisti", non sono degli autori di mestiere, e con loro nasce
un lavoro sul testo di taglia e cuci davvero molto creativo.
Ti dirò che noi non riusciremmo a pensare a tutto, soprattutto per una
questione di tempo. E poi a fare tutto da soli si corre il rischio di cantarsi
addosso. Oltretutto questi ragazzi hanno la possibilità di farsi conoscere, che
non è poco. Perciò sono molto contento di questo tipo di incontri.
- I vostri concerti sono ormai proverbiali. Suonate
per tre ore di seguito facendo almeno 150-180 date all'anno. Cosa vi dà
l'energia, e soprattutto la capacità, di non cadere nella meccanica ripetizione
dei brani?
- E' una cosa che abbiamo dentro, che è innata. E'
facile dire soltanto "ci devi credere", perché tutti possono dire di
"crederci". Ma la verità è una cosa che non so spiegare, che non ha
regole: è l'emozione che si rinnova. Ogni sera cambia il palco, anche se sono
le stesse assi di legno; cambia il pubblico; cambio io, cambiano gli umori
della giornata. Tutto questo emotivamente dentro dà qualcosa di diverso. E poi
c'è anche un pubblico che è senza età e va dai ragazzini di dieci anni a quelli
della mia generazione.
Noi suoniamo, soprattutto in questo periodo, quasi
tutte le sere, con un giorno di riposo che capita ogni tanto. E alla fine del
concerto noi facciamo sempre i nostri commenti su come è andata la serata. Ci
diciamo ad esempio: "Questo brano è venuto meglio perché…", "Ci
abbiamo messo più tempo a scaldare la gente…" e valutiamo tutte questa
cosa sapendo che le emozioni nostre e delle persone non sono mai le stesse.
Capita che ne parliamo insieme in macchina dopo il concerto quando ci spostiamo
per un'altra località, oppure in camerino nei 20-30 minuti in cui ci cambiamo
subito dopo aver finito il concerto. Sai come si dice: il ferro va battuto
finché è caldo, ed è giusto farlo subito. Ne parliamo a volte anche prima di
andare a dormire.
- Con gli ultimi due/tre dischi i Nomadi hanno anche
rispolverato un rock più grintoso del solito.
- Sì, ed è soprattutto una conseguenza degli ultimi
cambiamenti all'interno del gruppo. Poi, sai, dal '98, quando è uscito Una
Storia Da Raccontare, produco tutto io. Non c'è più un produttore del
gruppo, quindi prendiamo ogni decisione da noi e decidiamo come tirare tutti i
fili. Forse c'era quest'anima rock nascosta e che è stata tirata fuori dai
nuovi musicisti entrati. Adesso ci sono le persone per farlo. I suoni sono
effettivamente più duri e c'è una bella carica che mi piace. Poi dipende, il
rock è una parola un po' abusata, ma ognuno è libero di usarlo e interpretarlo
per quello che deve comunicare.
- E "Beppe Carletti e i suoi Cadetti"?
- E chi lo sa? Eh, fra di noi ogni tanto ne parliamo
ancora. E' stato un episodio molto divertente.
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