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Oltre i confini del Rock: Progressive, Folk, Fusion e contaminazioni

domenica 26 giugno 2022

BOB DYLAN - The Freewheelin' (1963)

Cuore giovane, voce da poeta
La potenza acustica del nuovo folk americano

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Quando The Freewheelin' viene pubblicato, Bob Dylan ha appena compiuto 22 anni e "vanta", anche a detta dei suoi seguaci più irreprensibili, un album di debutto non particolarmente eccelso.

Ma al secondo appuntamento Dylan non sbaglia il colpo e si impone come uno dei massimi riferimenti del folk americano di protesta. Il nuovo disco che scorre "a ruota libera" risulta più originale del precedente, che era sostanzialmente un album di cover, ed è sicuramente più suo (e meno di Woody Guthrie, suo ispiratore di blues).

Tutte le canzoni sono scandite da chitarra e armonica, con linee essenziali ma potenti. La voce è ancora quella fresca, ma già un po' nasale, che ha caratterizzato le prime incisioni. Il tradimento elettrico del festival di New Port, causa di acrimonia e contestazione tra il futuro premio Nobel e il suo pubblico, è ancora lontano.

In The Freewheelin' Dylan ci mette la rabbia e le paure che gli vengono dettate dai tempi; tempi che si prospettano duri soprattutto su due versanti. L'ombra sinistra di un conflitto nucleare e una vicenda sentimentale tormentata, disfatta e ricomposta, saranno infatti le muse che lo accompagneranno nella scrittura delle nuove canzoni. Dylan è un cantautore che mostra due anime: da una parte, poeta del dissenso politico; dall'altra, cantore di un mondo strettamente personale. Ma procediamo con ordine.

Nel 1962 siamo al culmine della tensione tra URSS e Stati Uniti, innescata dall'arsenale missilistico che i sovietici hanno installato a Cuba, a un passo dalle coste americane. Il potenziale bellico delle due potenze viene posto pericolosamente uno difronte all'altro, tanto che i turbamenti militari inducono a temere il peggio. Per il mondo si risolve con lo smantellamento delle postazioni cubane e l'istituzione della famosa "linea rossa" tra la Casa Bianca e il Cremlino. Per Dylan, lucido e disilluso cronista, si traduce nella visione dell'olocausto radioattivo di A hard rain's gonna fall e nell'incubo di Talking world war III blues.

Per quanto schivo e infastidito da chi vuole eleggerlo come vate del momento, Dylan compone inni di eterna bellezza e di attualità, che diventano vere e proprie bandiere generazionali. Tra i più classici c'è indubbiamente Blowin' in the wind. Armato di una chitarra acustica e di una rima pesante come un'accusa, Dylan sarà la spina nel fianco di molte coscienze con questa ed altre ballate.

C'è soprattutto quella Masters of war, canzone durissima rivolta contro l'industria della guerra, che Dylan conclude con inappellabile giudizio:

    ... I hope that you die
    and your death will come soon
    I'll follow your casket
    by the pale afternoon
    And I'll watch while you're lowered
    down to your deathbed
    And I'll stand over your grave
    'til I'm sure that you're dead.

All'inizio del '63 Dylan non si dà per vinto e tenta di raggiungerla per rinsaldare un rapporto ormai assente. Ma è una premura inutile: lei aveva già rifatto le valigie qualche giorno prima del suo arrivo, pronta per riconciliarsi con il suo Dylan. Il quale, a quel punto, ha raccolto materiale più che sufficiente per le sue canzoni.

Poi arriva il turno del Dylan privato. Già in copertina si era fatto ritrarre con un'insolita (per lui) tenerezza, mentre percorre un'innevata strada del Greenwich Village di New York abbracciato da Suze Rotolo, sua fidanzata di allora. Ma l'immagine della ragazza è ovviamente ben presente anche all'interno dell'album.

Dopo una temporanea separazione tra i due, la presenza di Suze emerge fra le righe di Honey, just allow me one more chance. Mentre in Girl from the North country, il giovane Dylan, temendo di poter essere dimenticato, manda le sue ambasciate al perduto amore per mezzo di un ipotetico interlocutore. In realtà è uno sfogo del tutto personale, un esercizio quasi letterario, anche se molto delicato e sincero.

I due si conobbero ad un concerto di musica folk, quando lei aveva diciassette anni. Dopo un periodo vissuto insieme a New York, nel '62 Suze decide di allontanarsi e di trasferirsi in Italia per approfondire lo studio della lingua e dell’arte (un omaggio alle sue chiare origini italiane).

Per chiudere il disco, e sigillare la vicenda, Robert Zimmerman, prima ancora del suo alter ego artistico, decide di prendersi una rivincita mondana e autoironica con I shall free. Mancherà però il lieto fine in questa storia che sembra presa dalle pagine di un romanzo: sei mesi dopo quello scatto che li ritrae in copertina, i due si separeranno definitivamente.

E visto che le cose devono cambiare, il prossimo album (The Time There Are A- Changin') ci consegnerà un Dylan dallo sguardo duro, disincantato, decisamente meno romantico e più concentrato sulla battaglia civile.

 

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