Un'ora di volo tra sonorità space rock e narrativa fantascientifica
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A bordo ci attende lo stesso equipaggio del viaggio inaugurale: Phil
Mogg alla voce, Pete Way al basso, Andy Parker alla batteria e Mick Bolton alla chitarra.
Rispetto all'esordio del 1970 - il pregevole ma acerbo UFO1 - la band compie un sensibile balzo in avanti, mettendo in luce un'abilità di scrittura e di arrangiamento decisamente più evoluta e complessa. Flying vanta inoltre una pianificazione tematica chiara e coesa che regala all'album quella compattezza e quel respiro "concept" che non si avvertivano nel lavoro precedente.
Per quanto la sua permanenza nel gruppo sia stata breve, Mick Bolton può essere considerato il principale artefice di questo sound primordiale che oscilla tra rock cosmico e psichedelia.
Come un esperto timoniere, Bolton adopera la sua sei corde per mappare le sconfinate profondità dello spazio e ripercorrere tutte quelle misteriose vibrazioni che lo pervadono. Il suono della chitarra è magnetico e spettacolare: il controllo sul riverbero, la padronanza del distorsore e un uso creativo dell'effetto
wha-wha danno forma e personalità all'intero lavoro. La band è letteralmente pilotata su un piano spaziale che si dilata, seguendo rotte strumentali che a volte sconfinano in autentiche jam
session.
I piani di volo diventano quasi superflui, specialmente per due canzoni come Star storm e Flying, che frantumano i limiti del tempo e raggiungono rispettivamente i 19 e i 26 minuti di pura esplorazione siderale.
Il gruppo vola alto, ma fatica a decollare nelle classifiche: i risultati delle vendite non sono affatto incoraggianti e solo l'affetto del pubblico in Germania e Giappone aiutano a tenere a galla il progetto. Phil Mogg e Pete Way non tarderanno a prendere le distanze da questo periodo, preferendo identificarsi con la loro stagione successiva, quella della totale svolta hard rock.
Prima del cambio di rotta, gli UFO fanno però in tempo a regalarci un'interessante testimonianza dal vivo con l'album Live, conosciuto anche come Landed in Tokyo, a seconda delle edizioni, e registrato nella capitale nipponica nel settembre del 1971. A supporto dell'album esce anche il 45 giri Galactic love, l'ultimo singolo inciso in studio da questa formazione.
Portati a termine questi impegni discografici, Bolton lascia gli UFO e, come se seguisse la scia di qualche altro oggetto volante non identificato, scompare in maniera enigmatica dai radar della scena musicale, facendo perdere completamente le proprie tracce.
Dopo una rapida serie
di provini, la band individua il suo sostituto nel talentuoso e giovanissimo Michael
Schenker, proveniente dagli Scorpions. Appena diciottenne, Schenker viene reclutato in Germania, durante un tour promozionale condiviso dalle due formazioni. Fu un incontro fortuito che avrebbe cambiato per sempre la storia di Mogg e compagni, favorito dal fatto che il loro chitarrista di allora, Bernie Marsden (futuro Whitesnake), non si era presentato in tempo per l'esibizione.
Quel contrattempo si rivela infatti provvidenziale. Con
l'ingresso di Schenker il gruppo riformula radicalmente la propria cifra
stilistica, virando in direzione di un hard rock più solido e "terreno". Il nuovo corso riparte nel 1974 con la pubblicazione di Phenomenon, un album fondamentale che contiene la seminale Doctor, doctor.
Da questo momento in poi gli UFO
archivieranno per sempre la componente cosmica degli esordi e andranno incontro a una meritatissima popolarità, lasciandosi alle spalle ciò che col senno di poi avrebbero considerato solo trascurabili - ma per noi suggestivi - peccati di gioventù.

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