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Oltre i confini del Rock: Progressive, Folk, Fusion e contaminazioni

domenica 17 ottobre 2021

KANSAS - Leftoverture (1976)

Prodezze strumentali e melodie cristalline
Il rock a stelle e strisce incontra il progressive europeo

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I Kansas nascono alla fine del 1969 su iniziativa di Phil Ehart (batteria), Kerry Livgren (chitarra) e Dave Hope (basso). Ovviamente, neanche a dirlo, ci troviamo in Kansas, nel cuore degli Stati Uniti.

La band, nonostante alcuni avvicendamenti interni, incomincia a farsi conoscere nel circuito live, e nel giro di pochi mesi apre anche uno degli ultimi concerti dei Doors, prima della scomparsa di Jim Morrison.

La svolta per Livgren e soci arriva subito dopo, con l’ingresso del violinista Robby Steinhardt, che insieme a Steve Walsh (organo, pianoforte e sintetizzatori) e Richard Williams (seconda chitarra) andava a completare la line-up classica del gruppo.
L’ultimo ad entrare in scena è il produttore Don Kirshner, che nel 1974 porta i Kansas a firmare il loro primo album omonimo per la 
CBS.

Le vendite dei primi tre LP non sono particolarmente incoraggianti, ma dal vivo il gruppo può contare su un pubblico sempre più compatto e fedele. Il cambio di marcia arriva però con Leftoverture, quarta e decisiva prova sulla lunga distanza: un album che combina solennità e romanticismo con una straordinaria pienezza di suono. Con questo disco i Kansas dimostrano di saper coniugare con grande gusto ed equilibrio l’esuberanza dell’amplificazione elettrica con le sontuose digressioni strumentali di impostazione classica, ma senza perdere di vista quel pizzico di humor, irresistibile e solare, che da sempre li contraddistingue.

Sotto lo smalto brillante da West Coast, Leftoverture è attraversato da un rock febbrile e pulsante. Ma all'occorrenza il gruppo non disdegna di ingranare le marce più basse per assecondare anche dei percorsi passaggi più melodici e mansueti: una miscela di ritmi e di atmosfere che si rincorrono e si intrecciano per tutta la durata del disco.

Leftoverture parte ad ali spiegate con la portentosa Carry on wayward sonmettendo subito in luce le doti migliori del gruppo. Le radio si innamorano seduta stante del singolo e a questo giro il successo commerciale è immediato.

The wall, la seconda traccia, tiene ancora il motore a pieno regime: Livgren inchioda istantaneamente l’ascoltatore con il brivido calcolato di una strepitosa intro strumentale; dopodiché cede il brano alle cure di un bravissimo Steve Walsh che si destreggia tra voce e tastiere.

A seguire arrivano What’s on my mind, stretta dai roventi intrecci delle due chitarre, e Miracles out of nowhere, caratterizzata da ritmi dispari ma più ariosa grazie ai voli pindarici di synth e violino.
I registri delle tastiere
tornano a brillare con Opus insert, anche se la vera essenza del brano è racchiusa nell’inserto centrale, dove viene allestita un'allegra e festosa marcia in stile bandistico.

Avvicinandosi alla chiusura del disco incontriamo ancora due piccole meraviglie. Per prima arriva Cheyenne anthem, che da commovente ballad, che evoca antiche memorie indiane, si trasforma all'improvviso in un umoristico numero circense. 

Ma il gran finale spetta a Magnum opus, un monumentale affresco diviso in sei scene che rende piena giustizia al titolo. Si parte da una scenografia faraonica, in stile kolossal hollywoodiano, accompagnata da un profondo assolo di chitarra che si trasfigura poco dopo in vaghe reminiscenze pinkfloydiane. Poi, in un lungo crescendo mozzafiato, prendono a rincorrersi l’archetto infuocato del violino e la distorsione della prima chitarra, che rendono tutto ancora più sinistro e spettacolare, per un commiato da brivido.

L’edizione rimasterizzata della Sony (uscita nel 1996 in occasione del ventennale) soddisfa gli appetiti più incontentabili e concede due bis con le versioni live di Carry on wayward son e di Cheyenne anthem.


 

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