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Oltre i confini del Rock: Progressive, Folk, Fusion e contaminazioni

domenica 7 novembre 2021

ROGER DALTREY – McVicar (1980)

Le alchimie nascoste di "McVicar"
Quarto album solista colonna sonora dell'omonimo film che vede Daltrey vestire anche i panni del ruvido protagonista (un incallito rapinatore) 

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Cantante di professione con gli Who e attore cinematografico per seconda vocazione, Roger Daltrey ha stretto intorno a sé una nutrita compagnia di musicisti. Tra questi figurano due vecchie conoscenze: Pete Townshend e John Entwistle. Ma oltre a loro ci sono anche Kenney Jones, che aveva ereditato da poco il posto alla batteria del compianto Keith Moon, e John “Rabbit” Bundrick, chiamato di rinforzo alle tastiere. In una sola parola: gli Who, nella loro formazione più attuale.

Per agganciare l’album alla quota giusta è bene però tenersi alla larga da certi scomodi paragoni. McVicar segue una traiettoria tutta sua e non si lascia influenzare dal peso specifico dei singoli musicisti chiamati in causa. Questa impermeabilità permette a Daltrey di affrancarsi dal nome glorioso, ma ingombrante, della band che da sempre gli fa luce e ombra. Il titolare del disco ci propone invece un rock sobrio e misurato, scosso da qualche rara incursione di rhythm & blues.

Per smarcarsi completamente da indebiti raffronti, l'impostazione è perentoria a priori: tutte le canzoni portano la firma di autori esterni. Le più significative sono quelle di Russ Ballard (autentico hit maker, già al fianco di Daltrey) e Billy Nicholls (uomo di fiducia di Townshend e futuro touring member degli Who).   

Come se non avessimo già abbastanza richiami e allusioni, l'album e la pellicola sono patrocinati dalla casa di produzione “The Who Films”, che era l'estensione manageriale degli Who, creata per curare i loro progetti cinematografici.
Il paradosso è affasciante: Daltrey tenta di fuggire, come il protagonista del suo film, dalla gabbia d'orata degli Who usando proprio le chiavi fornite dalla sua stessa band.

Il primo singolo estratto è Without your love, brano morbido e acustico che mette in risalto il lato romantico di Daltrey, raccogliendo consensi lusinghieri più che altro negli Stati Uniti. Ma il titolo che sulla lunga distanza risulta davvero vincente è senza dubbio Free me: eccolo finalmente l'urlo rock e liberatorio che in fondo tutti ci aspettavamo, dove Daltrey si impone con una performance graffiante e “barricadera" che gli rende piena giustizia.

All'interno della track list si avverte comunque il peso della legge, perlomeno quella cinematografica: i due episodi strumentali intitolati Escape (divisi in Part One e Part Two), pur funzionali alla colonna sonora, per la tenuta complessiva dell’album risultano meno essenziali, rischiando di rendere l’ascolto a tratti discontinuo.

Bisogna comunque riconoscere a Daltrey un merito raro: per quanto possa sembrare una follia abbandonare la "comfort zone" che gli garantiva il suo gruppo, Roger dimostra ancora una volta di avere coraggio e autonomia da vendere. McVicar non è solo una parentesi, ma la prova che il leone dei Who voleva e sapeva muoversi anche fuori dal branco.

 

 

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