"McVicar" è il quarto album solista di Daltrey, nonché colonna sonora dell'omonimo film che lo vede impegnato nel ruolo del ruvido protagonista
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Che curioso paradosso! Un rocker alla ricerca della propria libertà artistica interpreta il ruolo di un incallito fuggiasco destinato al carcere. In questo gioco di specchi, Roger Daltrey sembra voler sfuggire al mito della sua band, gli Who, preparandosi vie di fuga come cantante solista o come attore cinematografico (la sua seconda vocazione).
Nel caso di McVicar, confluiscono entrambe le alternative. Ma Daltrey non è affatto solo e, per la parte che compete al disco, si circonda di complici di fiducia. Tra questi spiccano due nostre vecchie conoscenze: Pete Townshend e John Entwistle. Ma ci sono anche Kenney Jones, che aveva da poco ereditato il posto alla batteria del compianto Keith Moon, e John “Rabbit” Bundrick di rinforzo alle tastiere. La banda praticamente è al completo; si muovono individualmente, ma sono proprio loro: gli Who nella loro line-up più recente.
Per valutare l’album nella giusta prospettiva, però, è bene tenersi alla larga da scomodi paragoni. McVicar segue una traiettoria tutta sua e non si lascia influenzare dal peso specifico dei singoli musicisti chiamati in causa. Questa impermeabilità permette a Daltrey di affrancarsi dal nome glorioso, ma ingombrante, della celebre band che da sempre gli fa luce e ombra. Il disco si misura così con il metro di un rock sobrio e misurato, attraversato da qualche lampo di rhythm & blues e da minime incursioni di synth elettronici.
Per sganciarsi completamente da indebiti raffronti, l'impostazione è perentoria a priori: tutte le canzoni devono portare la firma di autori esterni. Le più significative sono quelle di Russ Ballard, autentico hit maker che aveva già collaborato con Daltrey, e Billy Nicholls, collaboratore di Townshend e futuro touring member degli Who.
Come se non ci fossero già abbastanza richiami e allusioni, l'album è patrocinato dalla "The Who Films", l'estensione manageriale creata per curare i progetti cinematografici che ruotavano intorno alla band. La contraddizione si fa sempre più affascinante: Daltrey tenta di fuggire, come il protagonista del suo film, dalla gabbia dorata degli Who usando proprio le chiavi fornite dalla sua stessa band.
Il primo singolo estratto è Without Your Love, brano dall'arrangiamento morbido e acustico che mette in risalto il sospiro romantico di Daltrey e che all'epoca aveva anche riscosso un certo successo negli Stati Uniti. Ma sulla lunga distanza il titolo che risulta davvero vincente è Free Me: ecco l'urlo rock e liberatorio che tutti aspettavamo! Daltrey si impone qui con una performance graffiante e “barricadera” che gli rende piena giustizia.
In altri momenti si avverte invece il peso della legge, perlomeno quella cinematografica: i due episodi strumentali intitolati Escape (divisi in Part One e Part Two), pur essendo funzionali alla pellicola, risultano meno essenziali per la tenuta del disco, rendendo l'ascolto a tratti discontinuo.
Bisogna comunque riconoscere a Daltrey un merito raro: per quanto possa sembrare un azzardo allontanarsi dalla "comfort zone" che gli garantivano gli Who, Roger dimostra ancora una volta di avere coraggio e autonomia da vendere. McVicar non è solo un tentativo di fuga, ma un piano ben riuscito.
In fondo, il miglior alibi per un artista è proprio quello di non farsi mai trovare dove tutti si aspettano di cercarlo.

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