Scendere nella profondità della luce
La risalita dell'anima secondo Peter Gabriel
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Up è il primo disco di inediti che Gabriel ha realizzato a dieci anni di distanza dall'acclamatissimo Us. Il suo nuovo capitolo chiude una trilogia semantica iniziata nel 1986 con So: un trittico di titoli monosillabici che, se letti in sequenza, sembrano formare un'espressione del tipo: "Allora, si va?"
Certo, tra un disco e l'altro Gabriel ha ingannato l'attesa consegnandoci uno splendido album live (Secret World), alcune colonne sonore per il cinema e OVO, il progetto multimediale per il Millennium Dome, caratterizzato da un fitto intreccio di collaborazioni. Ma di nuove canzoni da titolare, in effetti, si sentiva la mancanza.
Up è un disco che sicuramente ripaga di quell'attesa. Per arrivarci, Gabriel ha lavorato a lungo su decine di canzoni, per poi approdare a una selezione di 36 pezzi da cui, alla fine, è nata la scaletta definitiva. Dopo tanta accurata rifinitura, Gabriel non ha lasciato nulla al caso e per la pubblicazione dell'album ha atteso il 20 settembre 2002, giornata di plenilunio. come a segnare l'inizio, oppure la fine, di un’era.
Preceduto dal singolo The Barry Williams Show, il disco segue una direzione d'ascolto verticale: dal basso verso l'alto, dalle tenebre alla luce. L'apertura è affidata a Darkness, un brano di grande potenza espressiva, quasi un rito di iniziazione, che emerge da un fondo brumoso e poi di colpo esplode in tutta la sua forza.
Dopo questo avvio, le atmosfere si fanno più chiare e familiari, tanto che su Growing up e No way out arriva a soffiare un vento che sembra alzarsi da terre lontane. Si potrebbe persino ipotizzare un'origine risalente al rock degli anni '70. Ma anche se non è affatto il caso di andare a scomodare proprio i Genesis, qualche sonorità analogica che ricorda il passato è comunque presente.
Le struggenti note di My head sounds like that e The drop sono invece emozioni più rarefatte, nebbie sospese che sfiorano orizzonti terrestri appena percettibili. È suggestivo pensare che uno degli autori più curiosi e innovativi dei nostri tempi abbia raggiunto i quattro angoli del pianeta (spostandosi tra Francia, Senegal, Italia, Brasile e Gran Bretagna) per registrare queste nuove canzoni. Ed è altrettanto suggestivo immaginare che da ognuno di questi luoghi Gabriel abbia tratto una vibrazione, che poi ha ripreso a circolare lungo le ricercate armonie del suo disco.
Tutto l'album, in fondo, è la sintesi di un'eterogeneitá artistica che Gabriel ha inseguito e coltivato nel tempo, allacciando le più disparate esperienze: il rock, il pop, la forma orchestrale e la world music (queste ultime due convivono in perfetta sintesi in Signal to noise) e perfino un accenno di cadenza hip hop che si infiltra in The Barry Williams Show.
È quasi del tutto assente, invece, se si esclude Signal to noise, il bagaglio ultradecennale della "Real World". Up, che è comunque un disco nobile, potrebbe rappresentare il raggiungimento di un limite. Forse una creatività appagata che ha meno bisogno di attingere dai versanti etnici?
Le successive uscite discografiche, tra riletture orchestrali di vecchi classici (New Blood), rifacimento di canzoni altrui (Scratch my Back) e un paio di singoli in chiave electro-rock usciti nel 2016 (The Veil e I'm amazing) sembrerebbero confermare questa tendenza.
Eppure, anche se considerassimo Up una dichiarazione artistica matura e definitiva, staremmo comunque volando a quote altissime.

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