Lontano dai fasti del prog, ma vicino all'essenza dell'emozione
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Movimenti è un disco prezioso per chiunque voglia esplorare l'arte tastieristica di Vittorio Nocenzi. Un titolo immancabile per i
collezionisti più affezionati, ma che rischia di rimanere confinato in una nicchia, lontano dai riflettori del grande mercato. Sarebbe però un peccato smarrire un
album come questo, così raffinato e fiabesco, nel novero delle bellezze
sfuggenti.
Movimenti è un lavoro strumentale di
inconsueta grazia, pieno di convinzione, arte e ostinazione. In questo CD sono
raccolte le composizioni che Nocenzi ha affidato al balletto e
alla prosa teatrale, insieme ad altre incisioni inedite, ripercorrendo un arco
temporale molto ampio, che va dal 1983 al 2000.
Eppure, se non fosse indicata la data
di riferimento accanto ad ogni brano, non ci si accorgerebbe di questa lunga
corsa cronologica. Anzi, si direbbe di star dietro un filo che si dipana lungo
la durata di una o di mille stagioni, indifferentemente. La freschezza di
questo diario musicale, la qualità delle registrazioni originali e della nuova
masterizzazione, rendono l'ascolto particolarmente piacevole e fluente.
I brani sono accompagnati da un
libretto di poesie di Alda Merini, i cui versi suggeriscono
una possibile chiave di lettura delle singole pièces musicali.
La lettura può variare di volta in volta, chiamando in gioco l'interpretazione
del lettore/ascoltatore, che può decidere gli abbinamenti secondo il ritmo
delle proprie emozioni.
La poetessa, accompagnata al
pianoforte da Nocenzi, recita in prima persona alcuni suoi versi ne Il suono
delle parole, un frammento sonoro registrato in presa diretta che vi
lascerà addosso un breve ma profondo segno di struggimento.
Nascosti in Doppie
influenze e Jouer la musique si
trovano, invece, un paio di omaggi al Banco del Mutuo Soccorso,
gruppo storico di cui Nocenzi è da sempre una delle colonne portanti insieme
agli indimenticati Francesco Dì Giacomo e Rodolfo Maltese.
S'incontrano poi, zigzagando tra i
titoli, il cuore argentino di Tango de Océano profundo, il
passo antico e femmineo di Vestali, o gli
affreschi notturni de Le profondità del blu. E poi ancora:
il flamenco fiammeggiante e corposo de Il giardino
di Lindaraja e il commovente candore di Racconto di
neve. Si potrebbe continuare così fino alla fine, ma è un piacere che
va svelato individualmente. Magari con la complicità di luci soffuse,
confortando le malinconie, qualora sopraggiungessero, con una buona tazza di té
aromatico e bollente, come ci insegna Guccini.
È davvero raro incontrare un disco
pervaso di così tante suggestioni: ci sono profumi intensi che si sprigionano
con discrezione e prospettive divergenti che alla fine trovano comunque il modo
di ricongiungersi. E alla fine tutto pare ricondursi a un distico bellissimo
della Merini:
"Il sangue
è pieno di radici
e darà una foresta
di canzoni".
Qui più che altrove.


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