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Oltre i confini del Rock: Progressive, Folk, Fusion e contaminazioni

domenica 24 marzo 2024

DEEP PURPLE - Bananas (2003)

Sotto la buccia, il fuoco
Meno epici e più istintivi, i Deep Purple scartano via i pregiudizi e cavalcano l'onda del tempo con un pizzico di groove e di ironia

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Bananas segna l'inizio di una nuova stagione che coincide con la nascita della formazione più stabile e longeva della band inglese: la cosiddetta "mark VII", quella di Don Airey, Ian Gillan, Roger Glover, Steve Morse e  Ian Paice. 

Nel corso del 2002 lo storico tastierista Jon Lord era uscito dal gruppo per dedicarsi a tempo pieno alla composizione di musica classica e per seguire, occasionalmente, qualche divagazione blues con gli Hoochie Coochie Men.

Gli ex compagni ingaggiano al suo posto Don Airey, tastierista dal curriculum stellare, già al fianco di molti nomi della scena rock (come membro effettivo o come session man di lusso) tra cui Rainbow, Black Sabbath, Gary Moore e Whitesnake solo per citarne alcuni. Ma è con i Deep Purple che Airey trova la sua dimensione migliore e un meritatissimo ruolo da titolare. E il suo contributo qui si fa subito sentire, con maggiore apporto di sintetizzatori e texture più moderne.

Il primo singolo estratto da Bananas è piuttosto atipico e sorprendente rispetto all'immagine del gruppo: si tratta di una power ballad, Haunted, ammaliante e "ruffiana" quanto basta perché ci si innamori di lei perdutamente. Una scelta insolita che evidenzia la volontà di presentarsi con un lavoro vario e non facilmente prevedibile. 

Ad aprire il disco ci pensa invece House of  pain: un rock dinamico e solare - questa volta sì, di inconfondibile marca 'Deep Purple' - che ci proietta immediatamente nel vivo dell’album. 

La traccia successiva non fa che rafforzare le prime ottime impressioni: Sun goes down sopraggiunge potente e tenebrosa, sospinta dalle note dell'organo che delinea un'atmosfera densa a caliginosa. Rischia già di essere uno dei pezzi migliori dell’album, anche se scegliere è difficile: più si procede nell’ascolto, più ci si convince che Bananas è uno dei dischi buoni, frutto di un’esperienza più che trentennale per nulla intaccata dal tempo.

Gli arrangiamenti, come esige l'etica di casa, privilegiano l’interplay tra le chitarra e le tastiere rappresentate dal nuovo duo Morse/Airey. Brani come Picture of innocenceI’ve got your number e Silver tongue conservano ancora il graffio di un tempo, ma risultano comunque freschi, vitali e aggiornati. 

Non a caso nei credits delle prime due compare ancora la firma di Jon Lord, visto che erano state composte quando il tastierista era ancora in formazione. I’ve got your number era persino stata eseguita dal vivo con il titolo provvisorio di Up the wall (in questa versione la si può ascoltare unicamente nel Live in London 2002).

Ma al di là dei percorsi più consueti, ci sono delle piacevoli novità: Walk on, ad esempio, presenta un'andatura sinuosa e ondeggiante, dal sapore blues, che ammorbidisce il sound generale dell'album.

La prova più originale resta però Never a word, che all'inizio tenta di ingannarci con un'ampia introduzione strumentale che si porta via buona parte del brano, poi ci lascia sospesi a mezz'aria con una aura delicata da folk song elettroacustica, così rara nei Deep Purple.

Per il resto non ci sono passi fuori contesto. La sezione ritmica di Ian Paice e Roger Glover garantisce come sempre uno spiccato senso per il groove, mentre Ian Gillan ci regala una prestazione potente e a fuoco; la sua voce forse non raggiunge le altezze di un tempo, ma ha guadagnato delle sfumature che offrono nuova espressività e calore alle canzoni.

La chiusura dell'album è affidata alla delicatezza di Contact lost, un congedo strumentale di soli 87 secondi composto da Steve Morse, il nostro guitar hero che ormai da quasi un decennio ha riportato armonia e stabilità all' interno del gruppo. Con una sensibilità rara, Morse mette a nudo l'anima della sua chitarra per commemorare gli astronauti coinvolti nel tragico incidente dello Space Shuttle Columbia di quello stesso anno. 

Durante le lavorazioni dell’album viene preparato anche un altro brano strumentale: Well-dressed guitar, briosa e scintillante, che però rimane incomprensibilmente fuori dalla scaletta finale. Per nostra fortuna sarà recuperata nella “Tour Edition” del successivo Rapture of the Deep come bonus track.

Non c'è traccia, invece, di Long time gone, canzone composta tre anni prima ed eseguita solo poche volte dal vivo (sicuramente era nella scaletta dell'esibizione al Montreux Jazz Festival del 2000). Per ascoltarla non ci rimane, per il momento, che recuperare qualche registrazione bootleg in rete.

Ma anche così abbiamo tutti gli elementi per affermare che Bananas è un disco imperdibile per ogni seguace dei Deep Purple che si rispetti. Dentro c’è tanta memoria dei gloriosi anni ‘70, ma c'è anche molta genuinità e freschezza. 
Deep Purple dimostrano di saper ancora scrivere, e bene, senza tradire le aspettative del pubblico, e senza neppure lanciarsi in eccessivi sperimentalismi per tentare di svecchiarsi di fronte alle nuove generazioni. Anche perché in realtà non ne avrebbero alcun bisogno. 

 

 -->  Vai all'intervista di JON LORD 

 

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