Critica politica e fantasmi personali
Un'opera solista di Roger Waters mascherata da disco dei Pink Floyd
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The Final Cut non è certo il disco più rappresentativo del gruppo
inglese. Per cominciare non ha i picchi compositivi di opere ben più celebri
come Meddle, Dark Side of the Moon o The
Wall (a seconda di quale sia il vostro metro di giudizio per
muovervi all'interno della discografia pinkfloydiana). E non
possiede neppure un singolo ben definito che lo possa rappresentare. Non che
sia indispensabile: Animals non lo aveva affatto.
Perfino gli
stessi Pink Floyd all’epoca ne avevano preso in qualche modo
le distanze, negando la paternità collettiva del progetto. Infatti non ci fu
neppure un tour per promuoverlo dal vivo. Eppure, per lo scopo con cui era
stato concepito, The Final Cut è un album perfettamente
riuscito.
Il
punto è che ci troviamo di fronte a un lavoro nato per soddisfare le esigenze
artistiche del solo Roger Waters, che poco alla volta si era
impossessato della leadership creativo del gruppo e di fatto aveva preso il
sopravvento a livello compositivo.
La
crisi interna alla band è alle stelle: Rick Wright era già
stato allontanato da Waters dopo il tour di The Wall, mentre
i restanti rapporti con David Gilmour e Nick Mason sono
pressoché inesistenti.
Per sopperire alla mancanza di un tastierista, Waters non si fa grossi problemi e ingaggia un’intera orchestra - la “National Philarmonic Orchestra” diretta da Michael Kamen. Non che gli altri due componenti siano coinvolti più di tanto: trattandosi di un disco prevalentemente intimo e orchestrale, gli interventi chitarristici di Gilmour e i ritmi di Mason qui sono ridotti al minimo sindacale.
Alcune
tracce vengono addirittura registrate con l’apporto di musicisti esterni,
diluendo ulteriormente la presenza di Mason, o facendo completamente a meno del
contributo di collaboratori di fiducia come Dick Perry o Bob Ezrin.
Anche
il sottotitolo dell’album («a requiem for the post war dream by Roger
Waters, performed by Pink Floyd») è messo lì apposta per mettere in
chiaro la nuova gerarchia all'interno al gruppo.
The Final Cut è la personale dedica di Waters alla memoria
del padre, il sottotenente Eric Fletcher Waters della "Royal
Fusiliers", caduto ad Anzio, in Italia, durante la Seconda Guerra
Mondiale. Si stratta quindi di un album necessariamente privato, lirico e
malinconico, volto a privilegiare i testi del suo autore e a concedere rari
momenti di collettività.
Fanno
eccezione la coinvolgente Your possibile pasts e Not
now John, il brano più vicino al tipico “Pink Floyd sound" e
scelto, forse non a caso, come singolo promozionale. Ma a conti fatti dei
vecchi Pink Floyd qui rimane talmente poco che The Final Cut si
potrebbe considerare il primo disco solista di Waters.
Se
ne rende conto ben presto Gilmour, il quale, stanco di vedere il gruppo come
un’estensione dell’ego del bassista, decide di contendergli i diritti
sull’utilizzo del marchio, soprattutto quando Waters inizia a dichiarare in
giro che l’esperienza dei Pink Floyd può considerarsi conclusa con la
pubblicazione di The Final Cut. Ne seguirà una lunga e
nota querelle legale, che alla fine assegnerà le sorti del gruppo ai
soli David Gilmour e Nick Mason.
A
quel punto a Waters non restava che inaugurare per davvero la carriera solista
con l'album The Pros and Cons of Hitch Hiking del 1984.
Gilmour e Mason, invece, decidono di richiamare in servizio Rick Wright e nel
1987 pubblicano A Momentary Lapse of Reason, rimettendo in
pista il nome del gruppo.
Per
vedere sopiti i rancori e i risentimenti tra Gilmour e Waters (temporaneamente,
s'intende) dovremo attendere più di 20 anni, in occasione della reunion del 2005, quando i quattro Pink Floyd si ritroveranno insieme, per un'ultima volta, sul palco londinese del Live8 per dare vita a un irripetibile set di 24 minuti.


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