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mercoledì 17 aprile 2024

PINK FLOYD - The Final Cut (1983)


Critica politica e fantasmi personali
Un'opera solista di Roger Waters mascherata da disco dei Pink Floyd

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The Final Cut non è di certo il disco più rappresentativo della formazione britannica. Intanto non ha i picchi compositivi di opere ben più celebri come MeddleDark Side of the Moon o The Wall (a seconda di quale sia il vostro metro di giudizio per muovervi all'interno della discografia pinkfloydiana). E non possiede neppure un singolo ben definito che lo possa rappresentare: non che sia indispensabile: Animals non lo aveva affatto.

Perfino gli stessi Pink Floyd ne avevano preso in qualche modo le distanze, negando la paternità collettiva del progetto. Non ci fu nemmeno un tour per promuoverlo dal vivo. Eppure, per lo scopo con cui era stato concepito, The Final Cut è un album perfettamente riuscito. 

Il punto è che ci troviamo di fronte a un lavoro nato per soddisfare le esigenze artistiche del solo Roger Waters, che poco alla volta si era impossessato della leadership creativa e aveva preso il sopravvento a livello compositivo.
La crisi interna alla band era ormai alle stelle: Rick Wright era già stato allontanato da Waters dopo il tour di The Wall, mentre gli attuali rapporti con David Gilmour e Nick Mason sono pressoché inesistenti.

Per sopperire alla mancanza di un tastierista, Waters non si fa tanti problemi e ingaggia la “National Philarmonic Orchestra” diretta da Michael KamenNon che gli altri due componenti siano coinvolti più di tanto: trattandosi di un disco prevalentemente intimo e orchestrale, gli interventi chitarristici di Gilmour e i ritmi di Mason vengono ridotti al minimo sindacale.

Alcune tracce sono registrate addirittura con l’apporto di musicisti esterni, diluendo ulteriormente la presenza di Mason, o facendo completamente a meno del contributo di collaboratori storici come Dick Perry o Bob Ezrin.
Anche il sottotitolo dell’album («a requiem for the post war dream by Roger Waters, performed by Pink Floyd») è messo lì apposta per mettere in chiaro la nuova gerarchia nel gruppo.

The Final Cut è la personale dedica di Waters alla memoria del padre - il sottotenente Eric Fletcher Waters della "Royal Fusiliers" - caduto ad Anzio, in Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si stratta quindi di un album necessariamente privato, lirico e malinconico, volto a privilegiare i testi dell'autore e a concedere rari momenti di collettività. 

Fanno eccezione la coinvolgente Your possibile pasts e Not now John, il brano più vicino al tipico “Pink Floyd sound" e scelto, non a caso, come singolo promozionale. Ma a conti fatti, dei vecchi Pink Floyd qui rimane talmente poco che The Final Cut si potrebbe tranquillamente considerare il primo disco solista di Waters.

Il primo a rendersene conto è Gilmour, che, stanco di vedere il gruppo come un’estensione dell’ego di Waters, decide di contendergli i diritti sull’utilizzo del marchio, soprattutto quando il bassista inizia a dichiarare in giro che l’esperienza dei Pink Floyd era da considerarsi conclusa con la pubblicazione di The Final Cut. Ne seguirà una lunga e nota querelle legale, che alla fine assegnerà le sorti del gruppo ai soli David Gilmour e Nick Mason. 

A quel punto a Waters non resta davvero che inaugurare la propria carriera solista con l'album The Pros and Cons of Hitch Hiking del 1984.
Gilmour e Mason decidono invece di richiamare in servizio Rick Wright e nel 1987 pubblicano A Momentary Lapse of Reason, rimettendo in carreggiata il nome del gruppo.
Per vedere sopiti i rancori e i risentimenti tra Gilmour e Waters (temporaneamente, s'intende) dovremo attendere più di 20 anni, quando, in occasione del Live8 del 2005, i quattro Pink Floyd si ritroveranno insieme, per un'ultima volta, per dar vita a un  irripetibile e spettacolare set di 24 minuti. 


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